Benvenuti nel report della Sardegna

 

                

 

LA SCHEDA INFORMATIVA

 

 

 

Al di là delle diverse teorie che fanno ascendere l'origine della Sardegna al continuo e lento movimento della crosta terrestre che ha separato questo lembo di terra dal tavolato africano, o che essa sia l'unica testimonianza rimasta della mitica Tirrenide, sia ancora che abbia avuto origine dal sollevamento di un enorme basamento granitico, è certo che la Sardegna è una terra antichissima, assai più antica del resto d'Italia.
A detta degli studiosi la prima porzione che emerse, quella corrispondente all'attuale territorio del Sulcis, risale a circa 400 milioni di anni fa. Con un lavorìo di migliaia di anni la natura completò e saldò le sue forme dandole il caratteristico disegno a forma di sandalo e collocandola al centro del Mediterraneo.
Le prime tracce, perlomeno quelle rinvenute finora, di presenza umana nell'Isola datano a circa 150.000 anni fa, nel paleolitico inferiore.
La certezza di una abitazione stabile del territorio ci portano invece al neolitico antico, tra i 6.000 e i 4.000 anni prima della nascita di Cristo. Gli uomini si sono adattati da allora all'asprezza del territorio concentrandosi in piccole comunità assai distanti tra loro e dando vita ai più importanti insediamenti nei punti più vicini alle fonti di approvvigionamento alimentare o al centro di importanti crocevia commerciali, consapevoli dell'importanza della posizione strategica della Sardegna.
L'impressione che gli studiosi hanno ricavato delle abitudini di vita dei sardi è quella che, alle origini, abbiano impostato la loro economia prima sulla caccia e in seguito sulla pastorizia, l'agricoltura e la piccola pesca.
A parte la caccia le altre tre attività, con tutte le operazioni connesse alla lavorazione e alla trasformazione dei prodotti, cui si aggiunse assai presto il commercio, costituiscono da quei giorni lontani le principali fonti di sviluppo dell'economia sarda.
Alla fine del secondo conflitto mondiale si sono aggiunte, con alterne fortune, alcune attività industriali. In quest'ultimo decennio si sta, infine, radicando nella convinzione dei sardi il fatto che il turismo possa diventare l'elemento determinante per la rinascita economica. Una rinascita che possa finalmente arrestare il progressivo impoverimento e spopolamento della Sardegna.

 

 CAGLIARI  

 

Non si può dire che Cagliari sia stata fondata da questo o da quel popolo e che la sua origine sia legata ad una precisa civiltà. Anche favorito dalla forma delle coste, il golfo di Cagliari fu punto di approdo per i Fenici, che cominciarono a insediarsi con fondaci nel sec. VIII, nei due siti del promontorio di S. Elia e della laguna di S. Gilla. Ma allora Cagliari non assunse la struttura di una città.
La mutazione si verifica invece coi Cartaginesi che realizzano quel tessuto urbano che era mancato nei precedenti insediamenti discontinui ed occasionali. I reperti che attestano la città punica sono numerosi e provano varie funzioni, soprattutto quelle religiose con le terrecotte votive di S. Gilla e la necropoli di Tuvixeddu nel quartiere di S. Avendrace. La preferenza insediativa per le zone pianeggianti o sulle prime pendici dei colli fa ritenere che
Castello non abbia avuto, durante il dominio cartaginese, la funzione di una vera e propria acropoli.
Il passaggio della Sardegna (238 a.C.) dai Cartaginesi ai Romani segna un mutamento profondo nell'assetto della città.
I Romani utilizzano gran parte di quello che avevano edificato i Cartaginesi, costruendo anche un complesso di abitazioni di prestigio come la villa di Tigellio, nella strada omonima, e l'anfiteatro, e trasformando il quartiere di Marina in un castrum fortificato. È con Roma che Cagliari diventa una vera e propria città, con regolari rifornimenti idrici, passeggiate, piazze e vie lastricate, magazzini per il sale e per il grano, nuove necropoli. Si ripete l'andamento urbanistico sperimentato con i Cartaginesi, che evita le pendici più erte dei colli. La città assume così un andamento allungato sulla costa, senza grande penetrazione nell'entroterra.
Centro di circa ventimila abitanti, il capoluogo di oggi si riconferma porta della Sardegna quando si diffonde il cristianesimo, che vi sarebbe giunto attraverso le rotte che portavano all'Africa del nord. L'avanzata della nuova religione continua anche durante la dominazione dei Vandali e dei Bizantini e le ripetute incursioni degli Arabi, che nel 1015-16 la depredano ferocemente.
L'estraneità di Bisanzio si rileva nel passaggio delle istituzioni dagli arconti o ipatos bizantini ai giudici locali, che si staccano formalmente e giuridicamente dal potere bizantino della penisola. Ma il giudicato di Cagliari non sceglie la città come sede del governo, e lo esercita invece in sedi periferiche (in particolare a S. Igia, nello stagno omonimo) per ragioni di sicurezza. La decadenza del centro urbano in questo periodo è grave ed estesa.
A comprendere le possibilità fortificatorie dei colli di Cagliari è Pisa, che nel 1258 ha la meglio su Genova per il predominio nella città.
La vittoria pisana trasformò radicalmente Cagliari che ebbe un assetto amministrativo e giudiziario modellato sul Comune toscano.
La grande novità urbanistica fu invece rappresentata dalla realizzazione di una cerchia di mura che isolò Castello dal resto della città, facendone la sede degli uffici pubblici e la dimora dei cittadini pisani, e che rappresentò lo strumento di difesa delle attività mercantili, attivate con grande vigore.
Successivamente, a difesa del porto furono circondati da mura anche il quartiere Marina e le due "appendici" di Stampace e Villanova.
Il dominio pisano fu presto minacciato dalla politica temporale di Bonifacio VIII, che nel 1297 infeudò la Sardegna e la Corsica in favore di Giacomo II d'Aragona.
Pisa corse ai ripari e le rinforzate mura di Castello furono dotate delle torri di S. Pancrazio e dell'Elefante, costruite rispettivamente nel 1305 e nel 1307 dall'architetto sardo Giovanni Capula.
Le preoccupazioni non erano infondate. Gli Aragonesi infatti si apprestarono nel 1323 alla conquista, concentrando una flotta nel golfo di Palmas per muovere di qui all'assedio di Cagliari.
Nel 1324, il trattato stipulato fra Pisa e Aragona mette fine all'influenza pisana in Sardegna, e segna l'inizio del dominio iberico. Tre anni dopo, l'approvazione dello statuto del Coeterum sancisce la scomparsa degli ordinamenti pisani.
La nuova legislazione privilegia catalani, maiorchini e aragonesi, chiamati a ricoprire tutti gli incarichi pubblici.
Sempre sul modello barcellonese Pietro IV d'Aragona introduce in Sardegna i parlamenti, che riuniscono i rappresentanti dei tre bracci o Stamenti, militare (feudatari e nobili), ecclesiastico (vescovi e alti prelati) e reale (città non infeudate e abitanti delle ville), con funzione consultiva.
Se all'inizio la costituzione del Coeterum non ebbe un'applicazione discriminatoria, successivamente, con l'acuirsi della guerra fra Aragona e Arborea, le limitazioni diventarono sempre più pesanti, giungendo perfino ad escludere dal Castello i sardi. Dal 1328 uno squillo di tromba, la trompet de sarts, imponeva ogni sera l'ordine perentorio e odioso di abbandonare il quartiere.
È però ragguardevole che in periodo catalano-aragonese Cagliari si sia dotata di associazioni di mestiere, i gremi.
Nello stesso periodo diedero segno di vitalità la comunità israelitica, che costruì la sua sinagoga, e Villanova e Stampace, guidate da propri sindaci e consiglieri.
Col trattato di Utrecht la Sardegna viene concessa all'Austria, che governa sino al 1717, data in cui il cardinale Alberoni, ministro di Spagna, manda a Cagliari una flotta d'occupazione. La riconquista spagnola dura sino al 2 agosto 1718: con il trattato di Londra la Sardegna è ceduta a Vittorio Amedeo II di Savoia.
Al termine della dominazione spagnola la situazione della città appare cristallizzata: le fortificazioni, per quanto rinnovate, non avevano opposto resistenza al nemico; la fame di alloggi aggiunge nuovi piani alle antiche case pisane, dato che in Castello la concentrazione del potere politico, amministrativo e religioso ha colmato tutti gli spazi.
Con i Piemontesi il fenomeno più caratteristico è l'interessamento degli architetti militari ad opere civili. Amedeo Felice De Vincenti getta un ponte tra l'architettura militare e quella civile.
L'ampliamento del collegio gesuitico di S. Croce nel 1735, alcuni interventi nel Palazzo Viceregio, il progetto della
basilica di Bonaria, il piano per la ristrutturazione delle saline, la sistemazione della darsena e del molo di levante, sono tutti segni di una novità importante. una funzione chiusa come quella militare che concede aperture ai nuovi bisogni della società civile.
Questa disponibilità del tutto inusitata si fa esplicita con un altro ingegnere in divisa: Saverio Belgrano di Famolasco, progettista dell'unitario complesso comprendente
l'università, il seminario e il teatro sul bastione del Balice.
Un altro segno importante è lasciato da Giuseppe Viana, allievo del De Vincenti che sostituisce al barocco del suo maestro le linee più severe del classicismo, come nella chiesa di Sant'Anna. Né i Piemontesi trascurano le fortificazioni. La cinta bastionata di Cagliari, che ha il suo punto di forza nella linea ininterrotta dei forti di Castello, raggiunge ora la sua massima espansione
Nell'arco di tempo che va dal 1720 al 1847 e poi al 1861, con la proclamazione dell'Unità d'Italia, Cagliari conosce alcune vicende politiche che per rilevanza non hanno confronto con quelle del periodo spagnolo.
Gli avvenimenti della Rivoluzione francese hanno qualche eco sugli intellettuali, ma sul popolo ha grande influenza la Chiesa, che diffonde uno spirito antifrancese e un'immagine degli avvenimenti dell'89 come unicamente irreligiosi. Così, quando si presenta nel golfo di Cagliari una flotta rivoluzionaria al comando dell'ammiraglio Truguet (è il 28 febbraio 1793) le armate francesi, sbarcate a Quartu, vengono affrontate nella piana di S.Bartolomeo dai miliziani sardi comandati da Girolamo Pitzolo, e con grande spargimento di sangue sgominate e costrette a reimbarcarsi.
Gli Stamenti si fanno forti di questa vittoria popolare e chiedono al re di approvare una richiesta fondata su cinque punti. Preminente era l'annosa questione della parità dei sardi nel coprire gli uffici e le cariche pubbliche, che non trova però soluzione.
Ispirata dagli Stamenti, scoppia a Cagliari una sollevazione antipiemontese, ricordata ancora oggi col nome di "Sa Die de sa Sardigna". A furor di popolo, il 7 maggio 1794, i piemontesi furono spinti verso il porto. Costretti ad imbarcarsi, vennero cacciati dall'isola.
Per quanto Torino corra ai ripari con l'invio di un nuovo viceré, il marchese Vivalda, le conseguenze della sollevazione antipiemontese sono ancora molto gravi. Girolamo Pitzolo, acclamato trionfalmente dagli insorti al suo ritorno da Torino, e nominato intendente generale in un tentativo del re sabaudo di soddisfare le antiche richieste di cariche pubbliche da parte dei sardi, cade in disgrazia degli Stamenti. Condotto in carcere, viene catturato dai manifestanti e quindi ucciso.
In conseguenza delle guerre di Napoleone, tre rappresentanti degli Stamenti avevano intanto incontrato a Livorno Carlo Emanuele IV re di Sardegna. Il sovrano ha firmato la resa ai Francesi 1'8 dicembre 1798, e i tre portavoce lo invitano a lasciare Torino per trasferirsi a Cagliari, dove il re sabaudo arriva con la famiglia il 3 marzo 1799.
Ma già nel 1800, ritornato nella terraferma con la speranza di potersi reinsediare in Piemonte, il re esiliato (Carlo Emanuele IV) concede i pieni poteri nell'isola a Carlo Felice ed abdica a favore del fratello Vittorio Emanuele, duca d'Aosta.
Negli anni successivi, e specie nel 1812, infuria in città la carestia, che induce a creare un ospizio per i poveri.
Il 20 maggio 1814, a seguito del trattato di Fontainebleau, il monarca sabaudo rientra a Torino, affidando la reggenza alla moglie Maria Teresa, che un anno dopo la passa a Carlo Felice, duca del Genevese (diventerà re del Piemonte il 12 marzo del 1821, dopo l'abdicazione del fratello Vittorio Emanuele I).
Nel 1847 il Consiglio generale del Comune di Cagliari chiede al re Carlo Alberto che i popoli sardi siano "compresi nella lega italica doganale" e "pareggiati ai sudditi del Continente".
Si svolgono grandi manifestazioni in favore della "unione perfetta" e il sovrano firma a Genova l'atto di fusione che sancisce la fine del regime doganale separato, l'estensione alla Sardegna dei codici civili e penali degli Stati di terraferma, la soppressione della carica di viceré e della Regia Segreteria di Stato e Guerra.
Un decreto reale cancellerà poi, il 30 dicembre 1860, Cagliari dal novero delle "piazze fortificate". Si apre allora una polemica sul conservare o meno la cinta bastionata.
L'esito condanna le mura di Marina, Stampace e Villanova, ma conserva invece quelle di Castello, aprendo lo sviluppo urbanistico di una città che si dota (sarà la prima a farlo in Italia) di due piani regolatori redatti dall'architetto Gaetano Cima.
La fine dell'Ottocento e il primo ventennio di questo secolo sono dominati dalla figura del sindaco Ottone Bacaredda: con lui la città cambia volto, dotandosi di numerose opere pubbliche.
Gli anni del fascismo non furono a Cagliari diversi da quelli delle altre città, con l'occupazione delle sedi dei partiti antifascisti e la caccia agli oppositori più risoluti, come Emilio Lussu, costretto all'esilio.
Non tutto però durante il fascismo fu negativo, grazie ai meriti di un podestà illuminato come l'avvocato Enrico Endrich. Così la città fu risparmiata dal "piccone risanatore" che nel resto d'Italia sventrava i centri storici.
Nella seconda guerra mondiale, l'importanza strategica del suo porto e dell'avioscalo di Elmas negli scontri aerei e navali nel Mediterraneo, inflisse a Cagliari la tragica esperienza dei bombardamenti dal cielo, con gran numero di morti e vastissime distruzioni dell'abitato.
Per le sue sofferenze, la città martoriata meritò di essere insignita, il 19 maggio 1950, della medaglia d'oro al valor militare.
Ricostruita ed accresciuta, dal 1949 Cagliari è il capoluogo della Regione Autonoma della Sardegna.
Quando Ferdinando il Cattolico succede a Giovanni II d'Aragona nel 1479 sotto un unico trono della Castiglia e d'Aragona, la Sardegna attraversa uno dei suoi periodi più oscuri.
Per tutta la durata della dominazione spagnola, continua è la lotta con il potere regio per la conquista delle cariche e degli uffici pubblici da parte dei vari ceti esclusi.
Nel 1702, quando scoppia la guerra di successione spagnola, anche a Cagliari si formano opposte fazioni a favore dei due pretendenti. E dal mare arriva la minaccia della flotta inglese. Nell'agosto del 1708 una squadra anglo-olandese bombarda la città, che viene occupata da un reggimento inglese senza incontrare alcuna resistenza

 QUARTIERE CASTELLO  


Castello è la prima meta di una visita a Cagliari. l'antica rocca della città, il quartiere storico ancora chiuso, in parte, dalle mura che ne facevano un baluardo. Lungo la cinta bastionata si alzano le due torri medievali in pietra bianca, e si aprono le porte che hanno resistito alle demolizioni ottocentesche. La passeggiata prenderà le mosse dunque dagli ingressi di S. Pancrazio (o s'Avanzada) o dalla porta dei Leoni, proseguendo per l'intrico di stradine di segno spagnolo.

Monumenti: L'itinerario fa tappa innanzitutto nelle chiese: la Cattedrale, la cinquecentesca chiesa della Purissima in via Lamarmora e poi, nella parte bassa del quartiere, quelle di S.Maria del Sacro Monte di Pietà, di S.Croce, di S.Giuseppe. Alcune di queste, preziose per arredi e architetture, non sono accessibili per lavori di restauro ancora in corso. Un tempo centro politico, religioso e amministrativo della città, Castello è il quartiere dei palazzi: il vecchio Municipio, il Palazzo Viceregio, I'arcivescovado, sono riuniti attorno alla cattedrale; più lontani le Seziate, I'Arsenale ora ristrutturato in Cittadella dei Musei e, scendendo, palazzo Belgrano, sede dell'Università. Tanti i palazzi privati, segno della presenza di una nobiltà in parte tenacemente aggrappata ai luoghi della sua storia.

Musei: Proprio Castello custodisce i più importanti tesori artistici della città, riuniti in due sedi museali. Nella Cittadella dei Musei trovano posto quattro collezioni.
Museo archeologico nazionale: conserva un ricco patrimonio di oggetti e altri reperti, tra cui molti pezzi di alta qualità. Sono ricostruite in successione le diverse culture antiche nell'isola mediante ceramiche e piccola statuaria pre-nuragica, lingotti di rame, bronzetti e ceramiche nuragiche, iscrizioni, ceramiche e corredi tombali fenici, steli (una delle collezioni più importanti del mondo) e splendidi gioielli di fattura punica. Di particolare interesse le provenienze dalle necropoli di Nora e Tuvixeddu (oggetti di produzione punica, oppure importati da Grecia, Italia e Spagna), la ricca dotazione di ceramiche, terrecotte, vetri, statue e sarcofagi romani, oreficerie dell'alto Medioevo.

Pinacoteca nazionale: raccoglie, insieme a una piccola sezione di arte e scultura contemporanea, tele, stemmi, arredi sacri e pittura. I retabli costituiscono la parte più interessante della collezione, in quanto offrono un panorama della migliore pittura sarda, dalla iniziale penetrazione del gusto catalano-valenzano nell'isola fino ai prodotti della locale bottega dei Cavaro e della collegata "scuola di Stampace".
Museo siamese: comprende monete, avori, argenti, porcellane e armi di provenienza asiatica, datati dall'XI al XIX secolo.
Collezione delle cere: espone 23 modelli anatomici in cera, opera nel secolo scorso del famoso ceroplasta fiorentino Clemente Susini. Nel palazzo Belgrano di via
Università hanno sede invece:
Gabinetto delle Stampe: comprende una serie di riproduzioni fotomeccaniche ottocentesche e di incisioni di artisti sardi del Novecento.
Collezione Piloni: insieme a quadri, stampe e incisioni con vedute di Cagliari e della Sardegna, raccoglie anche arazzi e tappeti della tradizione isolana.

Botteghe e curiosità: Le vie di Castello abbondano di piccole botteghe e di laboratori di restauro, ospitati in locali ristrutturati o ancora in attesa di cure.
Ceramica, cartapesta, ferro battuto o pelle danno forma a un artigianato d'autore che reinterpreta la tradizione più consolidata, mentre mobili e oggetti del passato ritrovano vita con interventi professionali. Un piccolo mercato antiquario in piazza Carlo Alberto, la 2a domenica del mese si affianca al mercatino domenicale di cianfrusaglie e curiosità sul bastione di S. Remy.

Bere e mangiare: Numerosi i club privati sorti negli ultimi anni, dove si mangia e si beve e si ascolta musica dal vivo.

Cultura: L'impegno degli artigiani e commercianti per la rinascita del quartiere sta lentamente portando qualche spettacolo estivo all'aperto. In via S. Croce troviamo una sede dell'ISOLA (L'Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigiano) destinata a esposizioni, mentre in cima a via Lamarmora la galleria Man Ray organizza mostre temporanee ed incontri con artisti.
Passeggiate: Castello è il quartiere dei "bassi" umidi e di tante architetture umili eppure singolari. Per questo merita una passeggiata senza fretta tra i vicoli in ombra, premiata dalla luce di tanti panorami improvvisi, affacciandosi dal bastione di S. Remy o lungo la cinta del Balice e di S. Croce.
 

 QUARTIERE MARINA  


Un contrasto sembra dominare
Marina: il silenzio delle stradine dietro il porto (intrico di salite e discese, piazzole e scalinate che si aprono a bellissimi scorci sulla laguna di S.Gilla e sui monti di Capoterra) si scioglie nella confusione chiassosa del largo Carlo Felice e della via Manno. Proprio dall'antica sa Costa, fulcro commerciale della città e sorta di asse divisorio tra le strade che scendono verso il mare e quelle che prendono a salire in direzione dei bastioni, inizia la visita al quartiere.

Monumenti: In passato sede di moltissimi edifici religiosi ora distrutti, Marina conserva ancora nelle chiese una parte considerevole delle sue attrattive. Nel segreto delle viuzze che vanno verso il porto sono rimaste S.Antonio abate e S.Rosalia, barocche, S.Sepolcro e S.Eulalia, di prevalente disegno gotico-catalano, S.Agostino dall'interno monumentale, una delle rare testimonianze del Rinascimento nell'isola. In basso, davanti alle navi ormeggiate, la lunga palazzata liberty della via Roma è interrotta dalla nuova costruzione del Consiglio regionale, dalla chiesa di S. Francesco di Paola e dal Palazzo comunale, innalzato al principio del secolo e fedelmente ricostruito dopo le distruzioni della guerra. Risalito il largo Carlo Felice, si arriva in piazza Yenne (che più propriamente appartiene a Stampace) e alla statua in bronzo del sovrano sabaudo.

Botteghe e curiosità: Tra negozi di vecchia o recente apertura, non mancano gli antiquari con curiosità da collezione, gli artigiani, i restauratori. Un tono diverso ha il commercio di via Roma e di via Manno, utile per acquisti più impegnativi.

Bere e mangiare: Marina prende il visitatore per la gola: pizzicagnoli con rare prelibatezze in via Sardegna, trattorie a conduzione familiare con cucina prevalentemente di pesce, localini a prezzi modici o ristoranti più raffinati (questi ultimi in viale Regina Margherita e nelle vie Sardegna, Torino e Principe Amedeo). Nelle stradine l'aroma di caffè di una torrefazione si confonde col profumo di tabacco della Manifattura e l'invitante odore delle pescherie.

Cultura: Nei locali annessi alla chiesa di S.Eulalia, un piccolo teatro alterna spettacoli in palcoscenico con proiezioni cinematografiche; in estate funziona un cinema d'essai all'aperto. Sul retro della chiesa si accede a un piccolo museo che raccoglie arredi e oggetti sacri tra XV e XIX secolo. Nel Palazzo Civico, al n. 2 del largo Carlo Felice, ha sede la più antica associazione culturale della Sardegna, gli Amici del Libro, fondata nel 1944. Nell'ampia sala si tengono conferenze e dibattiti.

Passeggiate: Sono tutte vicino al porto, le brevi passeggiate tra il verde concesse da Marina. Ai confini con Stampace, di fronte alla stazione ferroviaria, un giardinetto con due enormi Ficus magnolioides e grandi palme dà ombra a chi è appena giunto in città col treno o la corriera. Palme delle Canarie segnano il largo marciapiede-spartitraffico di via Roma, mentre sull'altro lato dell'arteria si cammina al fresco sotto i portici, sino a piazza Amendola. Quella che era la vecchia darsena è ora occupata da un giardino di recente ristrutturazione, con piante collocate in tempi vicini e alberi monumentali e antichi, che portano ancora evidenti sul loro fusto le ferite della guerra.
 

 QUARTIERE STAMPACE  


Visto dal bastione di S.Croce, che lo domina,
Stampace appare come un mare di case basse e modeste, segnate dal tempo. La parte alta, la più antica e interessante, è proprio sotto il belvedere, con le stradine strette che salgono verso il colle. Separato da via Azuni, Stampace basso scende invece in direzione del mare.

Monumenti : A spezzare l'uniformità dell'abitato si leva la monumentalità di certe architetture: le chiese di S.Anna, con un'ampia scalinata d'accesso, e di S.Michele, riccamente barocca nell'architettura e negli arredi, come pure l'ospedale S.Giovanni di Dio. Alle ampie proporzioni e al gusto scenografico di questi edifici si contrappongono le piccole chiese di S.Restituta e di S.Efisio, che custodiscono storie di persecuzioni e martiri. Nel viale Buoncammino sorgono, imponenti, le ottocentesche costruzioni della caserma Carlo Alberto e del carcere giudiziario, e, poco oltre, la chiesetta dei Ss. Lorenzo e Pancrazio, di impianto vittorino. Il quartiere conserva anche importantissime sopravvivenze archeologiche: l'anfiteatro (II secolo d.C.) e l'aristocratica villa di Tigellio attestano l'estensione dell'antico insediamento romano nella parte occidentale della città. Ai confini del quartiere di S.Avendrace, la necropoli di Tuvixeddu, di origine fenicio-punica, poi usata dai Romani, e la monumentale Grotta della Vipera, tomba del I sec. d.C., confermano questa presenza.

Musei: In via Porcell, I'lstituto di Scienze antropologiche dell'Università ospita il Museo di Antropologia ed etnografia, con costumi e oggetti del folclore sardo.

Botteghe e curiosità: Pizzi e centrini di tutti i tipi colmano gli scaffali di un negozio di piazza Yenne, vecchio di quasi cent'anni, mentre i migliori dolci sardi compaiono nelle vetrine vicine. Ai piedi delle scalette S.Chiara c'è un piccolo mercato e, di fronte, una fornitissima enoteca. In via Azuni meritano attenzione un laboratorio orafo per gioielli su commissione, negozi di vestiti rétro, di cornici, di piccolo antiquariato. Ancora antiquariato (mobili, gioielli e oggettistica) nel corso Vittorio Emanuele. In via Sassari si trova invece la ditta che vende cappelli da oltre un secolo, con il mobilio e gli accessori d'epoca.

Bere e mangiare: Sempre in via Sassari sono aperti il raffinato ristorante che ha affidato ai vetri di Lalique e Gallé la sua immagine lussuosa, e il circolo privato che mette in mostra scarpette di tutte le epoche; in via S. Margherita un buon ristorante cinese. Trattorie, pizzerie e bar sono sparsi nelle strade del quartiere.

Cultura: L'anfiteatro romano è spesso utilizzato d'estate per spettacoli di lirica e balletto. Il minuscolo teatrino dell'Arco, poco prima del voltone che immette nella salita dell'Ospedale, ospita teatro contemporaneo e seminari di recitazione. L'antica vocazione religiosa del quartiere riemerge nella sagra più spettacolare di tutta l'isola: la processione del 1 maggio, che nasce dalla storia leggendaria di flagellazione e morte di S.Efisio, prende avvio, tra misticismo e folclore, proprio dalla chiesetta dedicata al martire cristiano, nel cuore di Stampace.

Passeggiate: Il viale Buoncammino, punto di sutura tra Stampace e Castello, è una delle più belle passeggiate che Cagliari possa offrire. Dai suoi belvedere si abbraccia con lo sguardo tutta la città e il paesaggio che le fa corona. Scendendo verso la parte bassa del quartiere l'Orto botanico, con le sue rare specie arboree, è più di una piacevole sosta.
 

 QUARTIERE VILLANOVA  


Villanova è il quartiere dell'espansione di Cagliari verso la campagna; nelle case basse del suo nucleo storico, la maggior parte modeste, qualcuna con misurati estri liberty, non è raro trovare ancora oggi impensabili giardini o avanzi degli orti di un tempo.

Monumenti: La profonda religiosità che permeava in passato Villanova e che ha fatto nascere i riti della Settimana santa, di ascendenza spagnola, non è ancora del tutto soffocata e giustifica un percorso per chiese. Alcune di queste si completano di chiostri e conventi: è il caso di S.Mauro, col suo secentesco chiostro a porticato, e di quello, ancora più elaborato, di S.Domenico. La parrocchia di S.Giacomo, invece, si affianca ai due antichi oratori delle Anime e del Crocefisso, ricchi di arredi lignei e marmorei che fanno la ricercatezza del loro interno.

Musei: La Galleria comunale d'Arte moderna, in fondo ai Giardini pubblici, accoglie, insieme a mostre temporanee, opere di artisti sardi del Novecento e una collezione incentrata sulle Neoavanguardie italiane degli anni Sessanta e Settanta.

Botteghe e curiosità: A Villanova i vecchi artigiani hanno la loro roccaforte. Falegnami-intagliatori, restauratori all'occorrenza anche pittori aprono le loro botteghe in via S. Giovanni e nell'intrico dei vicoli del quartiere. Barbieri, pellai e droghieri dalle rivendite mai rinnovate animano un commercio che sembra quasi nascondersi.

Bere e mangiare: Diversi i localini gradevoli: il ristorante con cucina arabo-mediterranea in via Eleonora d'Arborea; la caffetteria dagli ottimi crostoni, nella salita di via Iglesias, poco prima di via Garibaldi. Fuori del nucleo storico del quartiere il coloratissimo mercato di S. Benedetto conclude l'itinerario dei curiosi a tavola.

Cultura: Originali le sedi di attività culturale: il centro di documentazione sulla condizione femminile, in via Lanusei, il cinema d'essai di via S.Giacomo, che sopperisce alle carenze della programmazione filmica delle sale cittadine.

Passeggiate: Il verde di orti e giardini tra le case di Villanova trova riscontro negli alberi che ombreggiano le principali passeggiate: il Terrapieno, magnifico belvedere sulla parte orientale della città, e i Giardini pubblici.

Cattedrale di Santa Maria
Innalzata dai Pisani nel sec. XIII, al posto della più antica chiesa dedicata a S.Cecilia, ha subìto successivamente profonde trasformazioni stilistiche.
L'interno della cattedrale è a tre navate, con presbiterio sopraelevato e transetto.
Fra le tante opere d'arte del Duomo: il pulpito, opera di Guglielmo da Pisa, tele del XV e XVI secolo, sculture lignee del XIV secolo.
Su richiesta si può visitare anche il Museo capitolare, dove sono raccolte le più importanti opere del Tesoro del Duomo.

Basilica di N.S. di Bonaria
Santuario e basilica arroccati sul colle omonimo, con annesso convento dei Padri Mercedari.
Il santuario, più antico, fu costruito dagli Aragonesi tra il 1324 ed il 1326. La facciata attuale risale al 1895; all'interno, che rivela eleganti strutture gotico-aragonesi, la statua della Vergine che una pia credenza vuole approdato nel 1370 sulla riva sottostante, portato dalle onde dopo il naufragio della nave che lo trasportava.
La costruzione della monumentale basilica fu iniziata nel 1703 su progetto di Felice De Vincenti ed ultimata nel 1956.

Basilica di S.Croce
Fondata dai Gesuiti nel 1661, forse al posto della sinagoga abbattuta dopo la cacciata degli Ebrei (1492).

Basilica di S. Saturnino
Basilica paleocristiana, sorta tra il V ed il VI sec. sul luogo dove si ritiene fosse stato martirizzato il santo. Recentemete restaurata, è uno degli edifici di culto più antichi di tutta la Sardegna, situato in un'area di grande interesse archeologico per la presenza di una necropoli romana e di una paleocristiana.

Chiesa della Purissima
La costruzione si deve alla nobildonna cagliaritana Gerolama Rams, che volle l'opera nel 1554.

Chiesa dei Cappuccini
Chiesa dell'ordine conventuale, realizzata nel sec. XVI.
Chiesa dell'Annunziata
Risalente al sec. XVII, ma quasi interamente rimodellata nell'Ottocento con facciata neoclassica.

Chiesa della Madonna del Carmine
Risalente al Sec. XVI, interamente risanata dopo le devastazioni della guerra.

Chiesa di Santa Maria del Sacro Monte della Pietà
Risalente al 1591, di impianto tardo aragonese.

Chiesa di S. Agostino
Costruita nel 1580, è sottoposta a scavi e restauri che porteranno al ripristino degli altari in legno dorato e alla nuova esposizione di alcuni importanti dipinti.

Chiesa di S. Anna
Realizzata quasi interamente tra il 1785 e il 1817 su progetto dell'architetto Giuseppe Viana.

Chiesa di S. Antonio Abate
Eretta nel sec. XVIII in stile barocco e a pianta ottagonale, con altari marmorei dello scultore toscano Giovanni Battista Troiani.

Chiesa di S. Cesello
Secondo la leggenda sarebbe stata costruita nel 1702 sul luogo del martirio dei Santi Cesello, Camerino e Lussorio.

Chiesa di S. Domenico
Fondata da fra Nicolò Fortiguerra da Siena nel 1254 e rimodellata nel sec. XV; il primitivo edificio funge da cripta alla nuova chiesa, costruita nel 1953.

Chiesa di S. Efisio
La piccola chiesa, che risale al 1780, corrisponderebbe al luogo dove venne incarcerato il santo.

Chiesa di S. Eulalia
Risalente al sec. XV; è stato aperto di recente il museo che raccoglie il tesoro di S. Eulalia.

Chiesa di S. Francesco di Paola
Con impianto ad aula unica risalente al sec. XVII.

Chiesa di S. Giacomo
Già esistente nel '300, ampliata e dotata di un campanile a torre quadrata fra il 1438 e il 1442, presenta una facciata con motivi neoclassici, attribuita a Gaetano Cima, del 1838.

Chiesa di S. Giovanni
La costruzione attuale è del XVII sec., a pianta rettangolare ed unica navata.

Chiesa di S. Lucifero
Eretta dal Municipio di Cagliari tra il 1646 e il 1682, sul preesistente tempio che occupava il luogo dove sarebbe stato rinvenuto il corpo del prelato sardo.

Chiesa di S. Mauro
A navata unica sotto il livello stradale, con copertura a botte e cappelle laterali rimaneggiate nei sec. XVll-XVlll.

Chiesa di S. Michele
Parte di un più ampio complesso architettonico innalzato dalla Compagnia di Gesù nella metà del sec. XVII, in stile barocco spagnolo.

Chiesa di S. Restituita
Di impianto cinquecentesco a una navata con sei cappelle laterali.

Chiesa di S. Rosalia
Con annesso convento, eretta nel 1741 dall'architetto piemontese Giuseppe Viana.

Chiesa di S.Sepolcro
Ricca di storia, di preziosi arredi sacri e di opere d'arte .Cittadella dei Musei
Accoglie gli istituti universitari di Antichità, archeologia ed arte e di Studi sardi, un'ampia sala per convegni (la cosiddetta Sala verde), il Museo archeologico Nazionale, la Pinacoteca Nazionale, il Museo Siamese Cardu e la Raccolta di cere anatomiche di Clemente Susini, appartenenti all'Università.
Varcando il portale di ordine dorico copia perfetta della Porta del Popolo di Roma, il cui disegno è del Conte D.Carlo Boyl, ed abbandonandosi al percorso fantasioso a più piani, e inoltrandosi lungo la galleria che si affaccia sui sottostanti abissi, si abbraccerà in un cerchio quasi completo il panorama cagliaritano.

Museo archeologico nazionale
(tel.070 655911) orario: 9.00-19.30 (chiuso il lunedì)
Conserva un ricco patrimonio di oggetti e altri reperti, tra cui molti pezzi di alta qualità. Sono ricostruite in successione le diverse culture antiche nell'isola mediante ceramiche e piccola statuaria pre-nuragica, lingotti di rame, bronzetti e ceramiche nuragiche, iscrizioni, ceramiche e corredi tombali fenici, steli (una delle collezioni più importanti del mondo) e splendidi gioielli di fattura punica. Di particolare interesse le provenienze dalle necropoli di Nora e Tuvixeddu (oggetti di produzione punica, oppure importati da Grecia, Italia e Spagna), la ricca dotazione di ceramiche, terrecotte, vetri, statue e sarcofagi romani, oreficerie dell'alto Medioevo.

Pinacoteca nazionale
(tel.070 674054) orario: 8.30-19.30 (nel periodo estivo aperta anche dalle 20.30 alle 23.30
Raccoglie, insieme a una piccola sezione di arte e scultura contemporanea, tele, stemmi, arredi sacri e pittura. I retabli costituiscono la parte più interessante della collezione, in quanto offrono un panorama della migliore pittura sarda, dalla iniziale penetrazione del gusto catalano-valenzano nell'isola fino ai prodotti della locale bottega dei Cavaro e della collegata "scuola di Stampace".

Museo Siamese Cardu
Trova posto anch'esso nel complesso della Cittadella dei Musei.
Comprende 1.300 pezzi tra monete, avori, argenti, porcellane e armi provenienti dal Siam, dal Laos, dalle Celebes, da Giava, dalla Malacca, da Singapore, dalla Cina.

Collezione delle cere
(tel.070 664783) orario: 9.00-13.00 / 17.00-21.00 dal lunedì al venerdì.
Ultima aquisizione, alle strutture museali della Cittadella, è la Collezione delle cere: espone 23 modelli anatomici in cera, creati dallo scultore fiorentino Clemente Susini.
I modelli, ottenuti da calchi in gesso per reperti anatomici, riproducono minuziosamente (con miscele di cera colorata, resine, sego, pece e balsami) le diverse parti del corpo umano in sezioneGabinetto delle Stampe
Palazzo Belgrano - via Università 34
Comprende una serie di riproduzioni fotomeccaniche ottocentesche e di incisioni di artisti sardi del Novecento.

Collezione Piloni
Nell'atrio del Palazzo Belgrano ha sede la Collezione di opere d'arte e di artigianato sardo donata all' Università nel 1981 da Luigi Piloni: comprende quadri, stampe, litografie, acquaforti, carte geografiche, argenti e tappeti prodotti tra il XVI e il XX secolo, che trovano nel riferimento alla Sardegna il loro comune denominatore.

Via Università, 34
tel 070.6752449 - 6752424
orari apertura 16.00-19.00 (martedì e giovedì per appuntamento)

Museo d'Antropologia ed Etnografia
(tel.070 659294) orario: 9.00-13.00 In via Porcell, I'lstituto di Scienze antropologiche dell'Università ospita il Museo di Antropologia ed etnografia, con costumi e oggetti del folclore sardo.

Galleria comunale d'Arte moderna
(tel.070 490727) orario: 9.00-13.00 La Galleria comunale d'Arte moderna, in fondo ai Giardini pubblici, accoglie, insieme a mostre temporanee, opere di artisti sardi del Novecento e una collezione incentrata sulle Neoavanguardie italiane degli anni Sessanta e Settanta.

Museo di Geologia, paleontologia e geografia
Museo di Mineralogia, petrografia e geochimica
(tel.070/20061-2006221)
Una gran quantità di reperti costituisce il rilevante patrimonio dei Musei di Mineralogia, petrografia e geochimica e di Geologia, paleontologia e geografia.
via Trentino 51
 

Anfiteatro Romano
E' il più rilevante monumento di età classica esistente in Sardegna. Risale al Il sec. d.C. e fu costruito per una capienza di 20.000 spettatori. Conserva la maggior parte delle gradinate ellittiche, la cavea, le recinzioni e la terrazza da cui i maggiorenti assistevano ai giochi.
A parte la sua importanza archeologica, l'anfiteatro è anche un luogo di attività di spettacolo.

Arcivescovado
Sebbene mostri una facciata di fresco rifacimento, l'Arcivescovado conserva qualche traccia dell'originaria architettura pisana ad archi acuti. Nell'atrio sono esposti alcuni reperti archeologici romani.Al tempo della Corte servì come abitazione del Principe, poi Re Carlo Felice.

Bastione di S.Remy
Il bastione, ornato di palme, lecci, pini d'Aleppo e due diverse specie di Washingtonia, fu costruito sui più antichi baluardi della Zecca e dello Sperone, con facciata in granito e calcare giallo e bianco.
La terrazza Umberto I e la Passeggiata Coperta furono costruite nei primi anni del '900 su disegno dell'architetto Giuseppe Costa.
Dal Bastione di S. Remy si scorgono sia i quartieri storici di Marina e Villanova, sia gli insediamenti moderni, fino a intravvedere la pianura del Campidarno, il lucido specchio dello stagno di Molentargius, i monti del Serpeddì e dei Sette Fratelli.
La passeggiata coperta ospita oggi come nel passato mostre e manifestazioni.

Caserma Carlo Alberto
Costruita nel 1846 su disegno del genovese Carlo Barabino, maggiore del genio militare, nella spianata chiamata di San Lorenzo. Qui sino al 1740 si innalzava una cittadella nella quale si apriva la cosiddetta Porta Reale, progettata dall'architetto militare torinese Felice De Vincenti.

Castello di S.Michele
Costruito dai Pisani, a scopo difensivo, nella seconda metà del XIII sec., è stato nel tempo dimora, lazzareto, fortezza, ricovero.
Giardini pubblici
Il primo nucleo del recinto verde risale al 1819, quando il viceré Giacomo Pes di Villamarina ne dispose la costituzione, con un esiguo numero di essenze, nell'area allora adiacente allo stabilimentodella polveriera. Ingrandito ed abbellito con busti e piante negli anni successivi per l'intervento del colonnello Carlo Boyl, fu ulteriormente modificato dopo il 1839.

Grotta della Vipera
Il nome deriva dall'emblema di due serpenti incrociati scolpiti sul frontone.Questo monumento scavato nella roccia, a forma di tempio, era dedicato ad una matrona romana chiamata Atilia Pomptilla, che pregò gli dei perché la facessero morire al posto del marito Cassio Filippo, esiliato da Nerone in Sardegna.

Municipio
Il vecchio Municipio sorge in piazza Palazzo, disposto perpendicolarmente rispetto alla cattedrale.
La sua costruzione risale al sec. XVIII, su una probabile originaria struttura pisana.
Prima del rifacimento, l'edificio fu sede dello Stamento militare nel sec. XVI, divenedo poi residenza dell'amministrazione comunale sino al 1906, quando questa si trasferì nella nuova sede di via Roma.

Necropoli
L'altura di fronte al mare nasconde tombe a pozzo verticale, profonde 6-7 metri, sopravvissute ai saccheggi e allo sventramento delle cave di tufo che per secoli hanno alimentato i cantieri cittadini.In particolare, sono di eccezionale rilievo due tombe tardopuniche, entrambe dipinte (IV-III sec. d.C.).

Orto Botanico
Fondato nel sec. XVIII, fu originariamente realizzato tra il 1762 e il 1769 ad est della città; nel 1851, per iniziativa del professore di scienze naturali Giovanni Meloni Baille, fu trasferito nell'attuale sito, dell'ampiezza di 5 ettari.

Ospedale S.Giovanni di Dio
L'inizio della costruzione è del 1844 su progetto di Gaetano Cima, che lo concepì in forme imponenti di stile neoclassico, tali da farlo considerare all'epoca un edificio d'importanza europea.

Palazzo Civico
Iniziato nel 1899 (presenti in quell'anno, alla posa della prima pietra, Umberto e Margherita di Savoia) e terminato nel 1907 il municipio contrassegna l'amministrazione trentennale del sindaco Ottone Bacaredda, tuttora presente per le sue benemerenze nella memoria collettiva dei cagliaritani. La costruzione simboleggia pure quella corsa al mare , esigenza di sfogo urbanistico oltre la città murata, da cui fu percorsa alla fine del XIX secolo la cultura cittadina.
Ideato da Annibale Rigotti, l'attuale municipio è stato fedelmente ricostruito dopo le parziali distruzioni dell'ultima guerra.

Palazzo Reale (o Palazzo Viceregio)
E' la sede attuale della Prefettura ed aula di riunione del Consiglio provinciale.
Sviluppato in lunghezza nella facciata, secondo il disegno voluto nel 1769 da Carlo Emanuele III di Savoia, il complesso presenta una lunga successione di paraste.
All'interno gli elementi più significativi sono costituiti dalla volta dell'atrio, dallo scalone e dalla sala di rappresentanza.

Palazzo dell'Università
L'Università, fondata nel 1606 da papa Paolo V, approvata nel 1620 da Filippo III e aperta nel 1626, raggruppa insieme all'aula magna gli uffici del rettorato e le segreterie di facoltà.
L'edificio fu realizzato da Saverio Belgrano di Famolasco nel 1769, in stile barocco piemontese.

Torre di S.Pancrazio
Questa torre pisana si erge sul punto più alto della città dal 1305, progettata da Giovanni Capula.

Torre dell'Elefante
Opera anch'essa dell'architetto G. Capula fu edificata nel 1307 a compimento dell'opera di fortificazione di Castello.
Deve il suo nome al piccolo elefante di pietra posto su una mensola ad angolo.
 

 THARROS  


Descrizione - La città di Tharros sorge nell'estrema propaggine della penisola del Sinis, che termina a sud con il promontorio di Capo S.Marco. L'area conserva numerose testimonianze del periodo nuragico, tra cui due nuraghi e il villaggio sulla collina di Muru Mannu, ma la fondazione della città è avvenuta ad opera dei fenici, attorno alla fine dell'VIII secolo a.C. Dell'epoca fenicia non resta praticamente nulla nei ruderi del centro urbano, le più antiche testimonianze provengono infatti dalle due necropoli ad incinerazione risalenti alla metà circa del VII sec.a.C. e dal più antico strato di frequentazione del Santuario Tofet. Le due necropoli sorgevano una nei pressi del promontorio di Capo S.Marco, l'altra vicino all'attuale spiaggia di S.Giovanni; la loro distanza, trattandosi di due necropoli in uso contemporaneamente, ha fatto pensare all'originaria presenza di due distinti insediamenti che si sarebbero in seguito fusi, come testimonierebbe anche la forma plurale dello stesso toponimo Tharros.
Il Santuario detto tofet, dove venivano cremati e deposti in urne i bambini morti in tenera età, come per tutte le più importanti città fenicie, fu fondato contemporaneamente alla città, sulla collina di Muru Mannu, sfruttando le emergenze murarie delle capanne del villaggio nuragico, a quell'epoca abbandonato da diversi secoli. I vari strati di deposizione delle urne, ormai tutte rimosse e attualmente conservate al Museo Archeologico di Cabras, mostrano che l'area sacra fu frequentata oltre che nella successiva età punica, fino in età romana.
Nel periodo punico, che cominciò con la conquista cartaginese nella seconda metà del VI sec.a.C. e si concluse con quella romana nel 238 a.C., Tharros raggiunse un notevole sviluppo urbano e importanza politica testimoniati anche dalla notevole ricchezza dei corredi rinvenuti nelle tombe a camera risalenti a quest'epoca, i cui gioielli d'oro alimentarono una riprovevole caccia al tesoro che distrusse numerose tombe e testimonianze. Nell'area urbana attualmente visitabile il maggior monumento visibile risalente a quest'epoca è il Tempio delle Semicolonne Doriche, parzialmente intagliato nella roccia e decorato da semicolonne scolpite in rilievo. Sono inoltre visibili alle pendici della collina di Muru Mannu i resti della cinta muraria urbana, che costruita alla fine del VI secolo, subì vari rifacimenti in età romana.
In età romana la città continuò a prosperare, raggiungendo il massimo splendore nel III sec.d.C. circa, periodo al quale risalgono i più monumentali edifici pubblici. Tra essi sono da ricordare i due edifici termali, entrambi situati a ridosso del mare: le cosiddette terme n.1, nelle quali fu in seguito impiantato il battistero paleocristiano, di cui ancora oggi si può vedere il fonte battesimale, e le terme dette di Convento Vecchio, più monumentali delle precedenti. Tra i templi romani, oltre quello sorto sul precedente tempio delle semicolonne doriche, parzialmente riutilizzandone il materiale edilizio, quello che colpisce il visitatore moderno è senz'altro il tempio tetrastilo sul mare, del quale due colonne restano ancora in piedi. Camminando lungo i maggiori assi viari della città romana, il Cardo Massimo e il Decumano Massimo, molto ben conservati, è inoltre possibile vedere le antiche botteghe e le case che popolavano la città nel pieno del suo sviluppo. Caratteristiche sono le cisterne, di cui erano dotate quasi tutte le abitazioni e che a Tharros, come in molte altre città che furono puniche prima che romane, sono del tipo detto a bagnarola.
La città di Tharros fu abbandonata definitivamente attorno all'anno mille, dopo vari secoli di declino, perchè troppo esposta agli attacchi pirateschi.
 

 PARCO DELLA GIARA  

 


La Giara è un altopiano basaltico a tavoliere di origine vulcanica, dalla superficie di circa 50 kmq, completamente circondato da pianure. Risulta "forfificata" naturalmente da grandi bastioni di roccia che con sentono l'accesso al tavoliere solo tramite alcune intaccature dette Iscolas, caratterizzata da numerose sorgenti e dalla presenza dì stagni temporanei, chiamati paulis, formati dall'acqua che ristagna sul terreno basaltico, impermiabile, soprattutto nel periodo primaverile. In estate tutta la zona è invece estremamente arida ma profumata di erbe e spezie selvatiche, mentre in inverno è quasi impraticabile a causa dei fango. Grazie alla presenza dell' acqua,la vegetazione molto ricca è costituita da suqhere,lecci, mirto, mentre le zone paludose sono ricche di una flora tipicamente palustre. Il nome Giara è legato a quello dei famosi "cavallini della Giara", cavalli di piccole dimensioni, dal mantello scuro, probabilmente introdotti da i Fenici in seguito incrociati e selezionati, che ancora vivono allo stato brado.
 

Il Parco dei Sette Fratelli
L'area del Parco Regionale dei Sette Fratelli, o meglio del Sarrabus, comprende l'intero angolo sud-orientale dell'isola: si tratta di un territorio ricco di corsi d'acqua dove si conservano alcuni fra i più interessanti boschi della Sardegna. Come si conviene ad una vera zona selvaggia, sono pochissime le vie comode d'accesso a quest'area. Infatti questa è attraversata dalla sola SS 125 Orientale Sarda, che collega Muravera a Quartu S. Elena e permette di accedere alla vallata del Rio Cannas, tra foreste e gole selvagge, sfiorando la Foresta Demaniale dei Sette Fratelli a Campu Omu, area geologicamente molto antica. La zona è scarsamente popolata, a differenza delle coste di Quartu, Villasimius e Muravera e della pianura campidanese che la limita a sud-est e ad ovest .Infatti, al suo interno vi è il solo paese di Burcei e questo aspetto è senz'altro favorevole ai fini della realizzazione del Parco, così come la presenza, entro i confini considerati, di numerose aree già attualmente protette.
 L'Azienda Foreste Demaniali possiede per la precisione quattro complessi, nel territorio, per un totale di 8.868 ettari. Il più vasto è quello dei Sette Fratelli (demanializzato con leggi del 1886 e del 1897) che comprende un'area centrale di circa 2.000 ettari (l'area degli omonimi monti) e quattro zone vicine per altri 2.345 ettari (aree di Baccu is Angiulus, Rio Brabaisu, Punta Serpeddì e Riu Longu); ad esso si affiancano il complesso di Castiadas (ha 2.764), quello di Campidano (ha 1.085) e quello del Monte Arrubiu (ha 674). Quest'area possiede una residua copertura arborea che, nonostante sia poca cosa se riferita al manto vegetale esistente su questo territorio fino al secolo scorso, ne rappresenta il più alto valore naturalistico. L'importanza di questi boschi e della fauna che essi ospitano, fortunatamente, è sempre più avvertita dagli organi preposti alla salvaguardia ambientale e dalla stessa opinione pubblica, nel quadro della evoluzione di una coscienza ecologica che lascia ben sperare circa la futura realizzazione del progetto Parco. Fra le specie presenti, il cervo sardo, l'aquila reale e il muflone.

SPIAGGE

SPIAGGIA DI SIMIUS
Posizione
Tra la Spiaggia di Porto Giunco e le scogliere che precedono Punta Is Molentis in località Porto Luna
Arrivare
Si percorre la SP 17 e si segue l'indicazione per Villasimius.
Si entra nel centro abitato, si percorre la strada principale fino a giungere alla fine delle abitazioni, si prosegue sempre dritto (non c'è da sbagliare) fino alla fine della strada.
Il parcheggio è sulla destra.
Descrizione
Simius è la spiaggia cittadina di Villasimius, proprio davanti al centro abitato. Si distende per diversi chilometri, congiungendosi a destra con la spiaggia del Timi Ama e con lo stagno di Notteri, e a sinistra con il promontorio di Porto Luna.
Per gli amanti delle lunghe passeggiate al mare e dei comfort a portata di mano è il posto ideale.
L'abbondante urbanizzazione fino a ridosso dell'arenile non ha deturpato la bellezza naturale della località: acque cristalline, sabbia fine e candida.
Alcune delle strutture presenti in spiaggia sono riservate esclusivamente ai clienti dei residence.



SPIAGGIA DEL POETTO
Provincia: Cagliari
Subregione: Campidano di Cagliari
Comuni: Cagliari e Quartu Sant'Elena
Località: Poetto

Arrivare: partendo da Cagliari, percorrendo viale Diaz e poi viale Poetto, si arriva al lunghissimo litorale del Poetto.
La spiaggia, sormontata dal suggestivo promontorio della Sella del Diavolo, prosegue ininterrottamente sino a Quartu.
Numerosi servizi: parcheggi, stabilimenti, bar. 

SPIAGGE DI CALA REGINA  

Posizione: lungo la SP 17, a 14 km da Cagliari
Arrivare
Si percorre la SP 17 e si svolta a destra al km 14,5 al bivio che indica l'omonima località. Per raggiungere la spiaggia, si procede lungo la strada che termina in un piazzale asfaltato dove è possibile parcheggiare.
Descrizione
E' una delle insenature più suggestive del litorale di Quartu S.E.: è una piccola caletta, dominata in alto a destra dalla torre omonima che si erge quasi in cima alla collina di Acqua Mala. La costa è rocciosa, caratterizzata dalla presenza di scogli e di ciottoli granitici ben arrotondati; il fondale è basso e pietroso e l'acqua presenta gradazioni e trasparenze cangianti; lentischi, ginepri, pini e lecci costituiscono una cornice naturale. E' una delle poche spiagge in cui è possibile andare nei giorni di maestrale.
 
SPIAGGIA DI MARI PINTAU 
Posizione
Sulla costa sud, a km da Cagliari, lungo la SP 17.
Arrivare
Si percorre la SP 17 fino al Km. 17. Non c'è un parcheggio organizzato, per cui occorre lasciare la macchina o lungo la strada nel tratto sterrato di fianco alla cunetta, oppure nello slargo che precede la stradina che si inerpica sulla collina che sovrasta la località. Per raggiungere la spiaggia: lungo la provinciale ci sono alcuni punti in cui il guardrail presenta dei passaggi, da cui partono i sentieri che portano al mare.
Descrizione
Percorrendo la SP 17, d'improvviso si apre alla vista un'insenatura dai colori unici. L'acqua verde smeraldo, la collina ricca di macchia, l'ampia pineta, i ciottoli granitici levigati, gli scogli sulla destra e una striscia di sabbia sulla sinistra: così si presenta Mari Pintau. La sorpresa più grande si ha entrando in acqua: i ciottoli lasciano il posto alla sabbia finissima. L'acqua è poco profonda. La presenza contemporanea di queste due caratteristiche spiega le sfumature esclusive del mare "pintau", ovverosia dipinto. È in assoluto una delle spiagge più belle e "naturali" di tutta la costa.


SPIAGGIA DI IS ARUTAS
Posizione
22,8 km a Nord-Ovest di Cabras
Arrivare
Partendo da Oristano in direzione Cuglieri, dopo l'incrocio della Madonna del Rimedio, ci si immette nello svincolo per Tharros. Dopo circa 15 km, giunti al bivio per San Salvatore, svoltare a destra. Dopo 1,6 km si svolta a sinistra; dopo altri 6 km girare a destra: attraversato un tratto sterrato di circa 200 m arriviamo finalmente alla spiaggia di Is Arutas.
Descrizione
La spiaggia che si estende per varie centinaia di metri è unica nel suo aspetto, è formata infatti da piccoli granuli di quarzo tondeggianti, di colore bianco e rosa. Ideale passare una notte in tenda e, all'alba, godersi questo spettacolo per pochi intimi. Pacifica e poco affollata anche in pieno agosto.
Le spiagge del Sinis-Montiferru sono uno dei paradisi preferiti per i surfisti: certe giornate, soprattutto d'inverno, sono caratterizzate da onde lunghe e alte, vera manna per gli amanti della tavola.
 

SPIAGGIA DI TORRE GRANDE
Posizione
4 km a sud-ovest di Cabras
Arrivare
Partendo da Oristano usciamo in direzione Cuglieri. All'altezza del santuario della Madonna del Rimedio, svoltiamo a sinistra: dopo 6 km si arriva alla spiaggia di Torre Grande, posta davanti all'abitato.
Descrizione
Meta storica dei bagnanti oristanesi, dominata da una seicentesca torre spagnola, la più grande dell'isola.
La Spiaggia di Torre Chia
Uno dei tanti "gioielli marini" della zona
Il litorale costituito da sabbia finissima è sovrastato da una torre litoranea spagnola del Cinquecento. L'acqua è trasparentissima e regala nelle giornate più calde sensazioni meravigliose. Magnifiche in primavera le fioriture del Mesembriantemio, che colorano la spiaggia dorata di rosa. 


La Litoranea da Masua a Nebida
Il percorso ricavato su un terrazzo tagliato nel ripido costone, consente scorci panoramici tra i più belli dell'isola per i contrasti cromatici e l'andamento frastagliatissimo della costa, il tutto in un ambiente litologico di grande interesse. Bellissimo lo scoglio calcareo del Pan di Zucchero, davanti alla suggestiva spiaggetta di Masua-Porto Flavia.

Torre litoranea di Torre Grande:
lungo la strada che da Cabras (OR) porta all'abitato di Torre Grande (OR), sorge una delle torri costiere più grandi in Sardegna; la struttura, eretta in Sardegna sotto gli spagnoli (XVI secolo), è tuttora perfettamente conservata.
Dove:
all'estremità meridionale della penisola del Sinis, presso la località balneare di San Giovanni nel comune di Cabras (OR)
Epoca:
dall' VIII sec.a.C. al 1000 circa.

Civiltà: Fenicio-punica e Romana
Descrizione:
Il nome della città Tharros è attestato da fonti epigrafiche e classiche. Per il nome fenicio (ancora sconosciuto), si può solo ricostruire la radice mediterranea *tarr.
La penisola del Sinis era abitata già da epoca più antica, come dimostrano i resti nuragici nella zona dell' abitato di S.Giovanni, della collina di Su Muru Mannu e il nuraghe Baboe Cabitza nella piana di Capo S. Marco.
I resti urbani si dispongono di fronte al golfo di Oristano, delimitati a nord dalla collina di "Su muru mannu", ad ovest da quella della torre di San Giovanni, a sud dall'istmo che che porta al promontorio di Capo S. Marco.
I grammatici antichi hanno spesso posto l'accento sulla pluralità del nome di Tharros (Pseudo Probo e Marco Plozio Sacerdote: "Tharros nomen est numeri semper plurali"). Questo particolare sarebbe da ricollegare alla duplicità delle aree cimiteriali: due necropoli a incinerazione di epoca fenicia (San Giovanni di Sinis e Capo San Marco).
I Fenici si stabilirono a Tharros nell'VIII sec. a.C., su territori già frequentati dai Protosardi. Sono state formulate varie ipotesi sull'ubicazione dell'abitato arcaico, tra le quali quella di Barreca che propose come primo insediamento fenicio il pianoro di Capo San Marco.
Ma si può dire che Tharros ricevette una vera e propria organizzazione urbanistica con i Cartaginesi, nel VI sec. a.C.
A quest'epoca infatti risalgono il rafforzamento delle mura settentrionali, l'apertura di camere ipogeiche nelle necropoli meridionale e settentrionale, il tentativo di fornire al centro un aspetto di particolare monumentalità, attraverso le stele, i cippi e gli altari del tofet e l'erezione del famoso tempio monumentale.
A quanto pare i Romani, che si insediarono nel III sec.a.C., non rivoluzionarono l'assetto urbano della città, ma rispettarono l'impostazione precedente integrando i propri edifici nei preesistenti quartieri pubblici e privati, come accadde per le terme.
Tharros ricevette il titolo di municipio o colonia solo in epoca imperiale, ma, resistendo ai saccheggi dei Vandali, conobbe anche la frequentazione cristiana a partire dal VI sec.d.C.
Una delle ultime notizie su Tharros risale all'epoca giudicale: l'autore cinquecentesco Giovanni Fara racconta che il Giudice d'Arborea ordinò lo spostamento degli abitanti e della sede arcivescovile da Tharros ad Oristano nel 1070.
Questa data concluse quindi una frequentazione del sito che, iniziata nel Bronzo Medio, passò per le civiltà fenicia, punica e romana.
L'assetto urbanistico di Tharros ricalca i tratti peculiari urbani di tutte le città puniche. Ad esempio, un asse stradale portante che divide due quartieri: quello abitativo occidentale, ai piedi della collina della torre di S. Giovanni, e quello orientale, dove sono stati trovati molti edifici pubblici, sul Golfo di Oristano.
Un'altra costante è l'ubicazione periferica del tofet, vicino alle fortificazioni, nel caso di Tharros a Nord, nella collina di Su Muru Mannu.
Tra i numerosi edifici di culto (il tempietto rustico a Capo S. Marco, il tempio delle gole egizie, il tempio di Demetra e Core), riveste una particolare importanza il Tempio Monumentale o delle semicolonne doriche, con la decorazione a semicolonne e lesene di alcuni lati del basamento.
Il tofet ( santuario a cielo aperto tipico della civiltà fenicio-punica),che presenta delle somiglianze straordinarie con quello di Cartagine, fu frequentato dal VII fino al II sec.a.C.
Caratteristica di Tharros è la tendenza alla monumentalità, che si esprime soprattutto attraverso le stele semplici, quelle monumentali, i cippi-trono e gli altari a gradino, singolare produzione tharrense.
La storia degli scavi di Tharros è legata a scavi clandestini e irregolari fino al 1832, quando il Re di Sardegna Carlo Alberto ne dispose il divieto.
A causa di scavi inglesi (Lord Vernon-1851), di Gaetano Cara(1853-56) e francesi (L. Gouin e A. Baux), gran parte del materiale proveniente da Tharros è oggi conservato al British Museum, al Museo Borely di Marsiglia e nelle Collezioni Reali di Torino.
Oggi, oltre alla suggestiva visita dei resti urbani, è possibile ammirare stele e urne del tofet e altri reperti nel Museo Civico di Cabras, inaugurato nel 1997.

 

 ORISTANO  



La Chiesa di Santa Giusta
La splendida cattedrale del paese vicino ad
Oristano
La chiesa di epoca romanica (XII secolo) è realizzata in trachite, in forme pisane e influssi lombardi. Ha facciata con archi, una trifora e il timpano con rombo centrale. L'interno è atre navate separate da colonne, alcune di provenienza dall'antica Tharros.

La città di Oristano

Il territorio dove sorge attualmente Oristano è stato, fin dai tempi antichi un luogo favorevole all’insediamento umano: l’entroterra, fertile da coltivare e ideale per pascolare, il sottosuolo gravido di minerali, gli stagni salmastri ricchi e pescosi hanno permesso ai primi abitatori dell’isola di sviluppare una società economicamente e culturalmente solida.
Se a tutto questo aggiungiamo le caratteristiche fisiche della zona: centralità e facilità di comunicazione, e forse più importante degli altri la presenza del porto naturale di Mare Morto riusciamo a comprenderne lo sviluppo.
La penisola del Sinis ripara dal maestrale che soffia vigoroso due giorni su tre: gli antichi popoli del Mediterraneo (fenici prima, cartaginesi e romani successivamente) capirono bene dove era possibile attraccare e sfruttare per fini commerciali un approdo sicuro come quello che offriva Tharros. Testimonianza del rango di porto primario attribuitogli ne sono le vaste rovine delle case spalancate sul mare, le lunghe file di botteghe, i templi, le terme, le strade ben lastricate, le mura possenti, le necropoli ricche di corredi.
I lavori di scavo portarono alla luce manufatti che fornirono una chiara idea dell’estensione dei traffici svolti in quell’area nel corso dei secoli. I contatti con gli altri popoli del mediterraneo sono testimoniati dalla presenza di oggetti appartenenti a culture diverse e lontane da Tharros: amuleti, talismani e figure divine di origine egiziana, stoviglie dalla Campania, oggetti etruschi.
Il porto di Tharros era un centro di scambio: i Sardi conferivano in città le loro produzioni (pelli, bestiame vivo, formaggi, prodotti della pesca), gli artigiani locali commercializzavano i loro manufatti (amuleti, pietre lavorate, gioielli d’oro e d’argento) che prendevano il mare con navi Tharrensi verso destinazioni lontane nel bacino mediterraneo.
La più ricca e importante fra le antiche città marittime sarde visse per milleottocento anni, ricordiamo brevemente le tappe fondamentali della sua storia: alla metà del secondo millennio risalgono i resti di villaggi nuragici, l’VIII secolo a.C. è la data della fondazione fenicia, il 238 a.C. il passaggio sotto il dominio romano, il periodo bizantino quando diviene sede vescovile, infine l’VIII - IX secolo d.C. epoca del grande esodo dovuto probabilmente alle scorrerie dei pirati saraceni. Dopo un breve ritorno nel 1052, arriva il definitivo abbandono intorno al 1070.
La fondazione di Oristano, nella sua attuale disposizione può essere fissata intorno al 1070 quando il vescovo e il signore di Tharros si trasferirono nella nuova città, edificata in parte – secondo la leggenda – con il materiale di costruzione portato via dal sito precedente.
Un antico detto oristanese dice "da Tharru portan sa pedra a carru", per ricordare le fila di carri che muovevano, carichi di materiali, dalla città sul mare verso la nuova sede, detti materiali furono utilizzati per costruire i grandi palazzi, le chiese e nel periodo giudicale le imponenti mura e le torri a difesa del borgo.
Altri storici discordano da questa teoria, secondo questi esisteva una Aristamnum che diventerà Aristanis nella parlata locale, doveva sorgere nella struttura della antica Othoca, a metà strada fra Neapolis (nella zona di Marceddì) e Tharros appunto. Gli abitanti di questa dovendo abbandonare le proprie case affluirono in un centro preesistente con una struttura urbana essenziale già formata.
Varie sono le ipotesi circa il significato del nome Aristanis o Aristamnum: il problema si complica ulteriormente per le numerose varianti conosciute. In alcuni documenti antichi si incontra anche il nome Arborea, anch’esso con diverse varianti. Questo termine può essere facilmente associato alla parola "albero", per cui una spiegazione accettabile potrebbe essere che il nome Arborea indicasse il territorio ricco di alberi, entro il quale sorgeva Aristanis, i due nomi inizialmente venivano usati l’uno per l’altro, fino a che il primo rimase a indicare tutto il Giudicato e l’altro unicamente la città.
L’insediamento dei giudici e dei vescovi fra le povere case e capanne in mezzo a paludi e acquitrini segna il destino futuro di Oristano, diventerà la capitale del Giudicato più glorioso dell’isola, l’unico che contrasterà lo strapotere della corona Aragonese in Sardegna.
La domanda che a questo punto richiede una risposta esauriente è: chi erano i giudici e come sorsero i giudicati?
La spiegazione maggiormente attendibile fa riferimento alla progressiva evoluzione delle strutture governative bizantine in Sardegna, le vicende che sconvolsero l’Impero d’Oriente e il suo dominio nel Mediterraneo produssero effetti anche nell’isola, i poteri civili e militari sardi iniziarono a svincolarsi dal dominio straniero fino a nominare il Giudice per tutta l’isola. Le fonti indicano la presenza di Giudicati nei distretti territoriali preesistenti. La carica di giudice doveva essere elettiva sebbene il potere rimarrà nelle mani di poche famiglie, le più ricche e potenti: i de Lacon, i de Zori, i de Serra, i de Gunale, i de Orvu, i de Kerki, i Sogostas, ecc.
L’elezione dei giudici, seppure sia sconosciuto il metodo usato, doveva creare gelosie e contrasti per cui dalla seconda metà del XII secolo la successione avverrà per diritto ereditario. Il Medioevo sardo scrive le sue pagine più belle nel periodo Giudicale: i giudici di Arborea di Oristano rappresentano il centro di maggiore rilevanza politica isolana. Pur avendo commesso degli errori, non risultarono fatali come per altri giudici e la loro coerenza politica è un grande pregio.
Restando isolati agli influssi esterni, schivarono la causa principale della decadenza degli altri Giudicati ossia l’infiltrazione delle potenti famiglie sponsorizzate da Genova e Pisa (Doria, Malaspina, Donoratico, Massa, ecc.). Attraverso una accorta politica contrassero matrimoni e parentele che permisero loro di trovare un equilibrio stabile. Seppero anche destreggiarsi nelle contese fra Impero e Papato, lungimiranti nei loro progetti avevano l’ambizione di diventare gli unici signori dell’Isola: questa volontà contribuì ulteriormente alla realizzazione dei progetti.
L’alleanza arborense con Aragona non era destinata a durare a lungo, entrambi avevano propri inconciliabili progetti per la Sardegna: mentre i primi vedevano questo accordo vantaggioso per la riunificazione sotto un unico giudice di tutta l’isola, alla seconda occorrevano i territori e i porti sardi come una base di scalo degli intensi traffici nel bacino mediterraneo.
La guerra scoppiò inevitabilmente e si protrasse a lungo (circa un secolo riportano le cronache), con sorte decisamente sfavorevole per il Giudicato. Le forze in campo erano impari: alla civiltà contadina seppure progredita, all’economia prevalentemente agro-pastorale, al florido mercato agrario si contrapponeva l’Aragona ricca e potente e in quel momento al culmine dello splendore.
Fra i giudici che si succedettero al potere ricordiamo Barisone I, Ugone III, Mariano II de Serra con il quale inizia la successione ereditaria e gli si deve la costruzione della Torre di Porta Manna o Porta ‘e Ponti, chiamata anche di San Cristoforo.
Mariano IV precursore della politica di Eleonora: politico lungimirante non badava ai mezzi per confermarsi nel potere, per questo motivo non sempre tenne fede alle promesse e alle alleanze e fu discontinuo nelle amicizie. Fu sempre sul punto di realizzare i propri obiettivi che invece puntualmente svanivano. È importante sottolineare la sua opera di legislatore, da queste basi partirà Eleonora per promulgare la "Carta de Logu".
Dola caduta di Elepo onora il Giudicato attraversò momenti altalenanti, Aragona decise di sfruttare la situazione a proprio vantaggio: dichiarò guerra intorno al 1407 che durò fino alla famosa battaglia di Sanluri del Giugno 1409. Le truppe di Arborea vennero sconfitte e Oristano assediata, il giudice Guglielmo abbandonò la Sardegna cedendo i diritti giudicali agli aragonesi che nominarono una persona di loro fiducia: Leonardo Cubello cugino del giudice Guglielmo.
Il periodo di splendore giudicale era ormai tramontato: il trattato di pace firmato a Oristano nella chiesa di San Martino il 29 marzo 1410, soppresse la figura del giudice autonomo e indipendente, sostituito da un marchese nominato dal re.
La perdita dell’autonomia paradossalmente permise un periodo di relativa tranquillità, l’aumento progressivo della popolazione testimonia questo fatto.
Nel 1478 tuttavia ci fu un tentativo arborense di rialzare la testa, la Spagna temendo il ridestarsi degli spiriti nazionalisti e dei tentativi di rivolta agì di conseguenza, la battaglia di Macomer del 19 maggio 1478 doveva segnare la fine dell’autonomia e dell’indipendenza, l’incorporazione fra i domini diretti della corona Aragonese con il nome di Marchesato di Oristano.
Le vicende storiche successive consegnano la Sardegna intera e perciò anche Oristano nelle mani dei piemontesi Savoia, i quali nel 1720 creeranno il Regno di Sardegna, composto dall’isola sarda appunto, dal Principato di Piemonte, dal ducato di Savoia e da altri territori minori. Le lotte risorgimentali per l’unità d’Italia hanno il culmine nel 1860 con la riunificazione sotto un’unica corona della quasi totalità del territorio italiano.
Il resto è storia di oggi: la fine dello stato monarchico, la proclamazione della repubblica, l’istituzione nel 1974 della Provincia di Oristano.
Del periodo di splendore giudicale oggi rimangono i resti dei grandi palazzi aristocratici, alcuni tratti delle possenti mura, le torri a difesa dei punti di ingresso.
L’abitazione che con ogni probabilità doveva ospitare la residenza della Giudicessa Eleonora versa oggi in stato di completo abbandono, il palazzo giudicale è stato demolito per essere sostituito dal Carcere Mandamentale in Piazza Mannu e con esso altre testimonianze del periodo sono oggi del tutto scomparse.
La giostra equestre che si pratica in Oristano la Domenica di quinquagesima e l'ultimo Martedì di Carnevale, è l'ultima Corsa all'anello che si corre in Sardegna e una delle poche che si svolgono ancora nella vecchia Europa.
La Sartiglia non è il Carnevale di Oristano, anche se i cavalieri che vi partecipano sono mascherati e indossano gli antichi costumi sardi o di foggia spagnola e i cavalli sono bardati a festa.
Questo il vero oristanese lo sa bene, sa che la Sartiglia è nata cinque-cento anni or sono come diversivo per placare le sanguinose faide, che si consumavano in periodo di Carnevale contro un proprio nemico persona-le, infatti con la complicità della maschera e della confusione per la festa più pazza dell'anno i propri aggressori rimanevano nell'anonimato e ovviamente impuniti, ciò ogni volta creava immensi spargimenti di sangue, lutti e notevoli disordini in città. Così essendo testimone di tutto questo dolore e malcontento, il canonico oristanese Giovanni Dessi decise di istituire un torneo equestre di stampo cavalleresco, una prova d'abilità sia nel cavalcare sia nel riuscire ad infilzare con una spada un anello, in seguito sostituito da una stella, sospeso a una corda all'altezza di un uomo a cavallo, posta in via Duomo dinanzi alla cattedrale di Santa Maria Assunta.
Il percorso della Sartiglia inizia da quello che era in epoca medioevale il Palazzo dei Giudici, le odierne carceri di piazza Manno per insinuarsi poi in sa ruga de Santa Maria la via Duomo appunto, superato il piazzale del Duomo, il tragitto si slarga in una pericolosa curva di fronte alla chiesa di S. Francesco per poi continuare in via S. Antonio sino all'incrocio con la via Cagliari, dove in epoca giudicale esisteva una porta d'accesso lungo la cinta muraria che passava per quella zona, denominata "porta di Sant'Antonio".
Il canonico Dessi dettò delle precise regole riguardo lo svolgimento della Corsa, che divennero poi tradizione.
La Sartiglia doveva essere fatta ogni anno, in qualsiasi condizione economica, sociale e meteorologica.
Affidò il compito dell'organizzazione della giostra, alla corporazione o Gremio dei Contadini aventi come protettore San Giovanni Battista.
Egli fece un lascito composto da un terreno posto fuori le mura, e denominato su cungiau de Sa Sartiglia , dal quale il Gremio ricavava i fondi per la giostra. In quel periodo, a Oristano, i Gremi erano molto numerosi, oggi ne sopravvivono solo tre, quello di San Giovanni appunto, quello dei Falegnami, essi hanno come patrono San Giuseppe Lavoratore e quello dei Muratori, con protettrice Santa Lucia, che fa riferimento alla chiesa omonima, sita in via Alberto La Marmora, in pieno centro storico.
Organizzano la Corsa rispettivamente la Domenica di quinquagesima e il successivo Martedì di Carnevale, le antichissime corporazioni dei Contadini e dei Falegnami. Le due Sartiglie sono però diverse tra loro.



La giostra è posta sotto il comando de Su Componidori, che grazie all'autorità conferitagli dall'investitura ricevuta da parte del presidente del Gremio, nel giorno de Sa Candelora, deciderà a quali cavalieri dare
l'onore della spada per la discesa alla stella.
Ma chi è il misterioso cavaliere che cela la sua identità dietro la Maschera dalle tumide labbra?
Egli una volta divenuto Componidori dopo il sacrale rito della vestizione, non è più una creatura umana e quindi un comune mortale, ma un semidio, è uomo e donna allo stesso tempo, è ilRe della giostra, ilRe di Oristano, per un giorno, tutto gli è concesso tutto gli è dovuto. La sua sacralità è in grado di rendere fertile la terra; fecondarla dipenderà però anche dalla fortuna che avrà nel cogliere la stella, è infatti propizio per un buon raccolto infilzare il maggior numero di stelle possibili. Di solito vi è una certa rivalità tra i due Gremi, ma l'entusiasmo che la giostra è in grado di trasmettere, mette a tacere tutte le discordie.
Ecco allora assistere alla sfilata delle pariglie dei cavalieri con in testa lui; il "demiurgo", Su Componidori, affiancato dai suoi aiutanti di campo, su Segundu Curnpoi e su Terzu. Terminata la sfilata i cavalieri si radunanonella sua giornata; ora sta alla sorte ma anche alla sua bravura riuscire a ricambiare la fiducia accordatagli dal Capo Corsa. Durante la consegna delle spade, i due aiutanti proteggono Su Componidori e collaborano con lui nella ricerca di coloro a cui egli consegnerà la spada: il Capo Corsa dà l'incarico della chiamata ai suoi vice,ma la consegna vera e propria e il ritiro della spada spetterà soltanto a lui.