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LA SCHEDA
INFORMATIVA
Al di là delle
diverse teorie che fanno ascendere l'origine della Sardegna al
continuo e lento movimento della crosta terrestre che ha
separato questo lembo di terra dal tavolato africano, o che essa
sia l'unica testimonianza rimasta della mitica Tirrenide, sia
ancora che abbia avuto origine dal sollevamento di un enorme
basamento granitico, è certo che la Sardegna è una terra
antichissima, assai più antica del resto d'Italia.
A detta degli studiosi la prima porzione che emerse, quella
corrispondente all'attuale territorio del Sulcis, risale a circa
400 milioni di anni fa. Con un lavorìo di migliaia di anni la
natura completò e saldò le sue forme dandole il caratteristico
disegno a forma di sandalo e collocandola al centro del
Mediterraneo.
Le prime tracce,
perlomeno quelle rinvenute finora, di presenza umana nell'Isola
datano a circa 150.000 anni fa,
nel paleolitico inferiore.
La certezza di una abitazione stabile del territorio ci portano
invece al neolitico antico, tra i 6.000 e i 4.000 anni prima
della nascita di Cristo. Gli uomini si sono adattati da allora
all'asprezza del territorio concentrandosi in piccole comunità
assai distanti tra loro e dando vita ai più importanti
insediamenti nei punti più vicini alle fonti di
approvvigionamento alimentare o al centro di importanti crocevia
commerciali, consapevoli dell'importanza della posizione
strategica della Sardegna.
L'impressione che gli studiosi hanno ricavato delle abitudini di
vita dei sardi è quella che, alle origini, abbiano impostato la
loro economia prima sulla caccia
e in seguito sulla pastorizia,
l'agricoltura e la piccola
pesca.
A parte la caccia le altre tre attività, con tutte le operazioni
connesse alla lavorazione e alla trasformazione dei prodotti,
cui si aggiunse assai presto il commercio, costituiscono da quei
giorni lontani le principali fonti di sviluppo dell'economia
sarda.
Alla fine del
secondo conflitto mondiale si sono aggiunte, con alterne
fortune, alcune attività industriali. In quest'ultimo decennio
si sta, infine, radicando nella convinzione dei sardi il fatto
che il turismo possa
diventare l'elemento determinante per la rinascita economica.
Una rinascita che possa finalmente arrestare il progressivo
impoverimento e spopolamento della Sardegna.
CAGLIARI
Non si può dire che
Cagliari
sia stata fondata da
questo o da quel popolo e che la sua origine sia legata ad una
precisa civiltà. Anche favorito dalla forma delle coste, il
golfo di Cagliari fu punto di approdo per i Fenici, che
cominciarono a insediarsi con fondaci nel sec. VIII, nei due
siti del promontorio di S. Elia e della laguna di S. Gilla. Ma
allora Cagliari non assunse la struttura di una città.
La mutazione si verifica invece coi Cartaginesi che realizzano
quel tessuto urbano che era mancato nei precedenti insediamenti
discontinui ed occasionali. I reperti che attestano la città
punica sono numerosi e provano varie funzioni, soprattutto
quelle religiose con le terrecotte votive di S. Gilla e la
necropoli di Tuvixeddu nel quartiere di S. Avendrace. La
preferenza insediativa per le zone pianeggianti o sulle prime
pendici dei colli fa ritenere che
Castello
non abbia avuto, durante il dominio cartaginese, la funzione di
una vera e propria acropoli.
Il passaggio della Sardegna (238 a.C.) dai Cartaginesi ai Romani
segna un mutamento profondo nell'assetto della città.
I Romani utilizzano gran parte di quello che avevano edificato i
Cartaginesi, costruendo anche un complesso di abitazioni di
prestigio come la villa di Tigellio, nella strada omonima, e
l'anfiteatro, e trasformando il quartiere di Marina in un
castrum fortificato. È con Roma che Cagliari diventa una vera e
propria città, con regolari rifornimenti idrici, passeggiate,
piazze e vie lastricate, magazzini per il sale e per il grano,
nuove necropoli. Si ripete l'andamento urbanistico sperimentato
con i Cartaginesi, che evita le pendici più erte dei colli. La
città assume così un andamento allungato sulla costa, senza
grande penetrazione nell'entroterra.
Centro di circa ventimila abitanti, il capoluogo di oggi si
riconferma porta della Sardegna quando si diffonde il
cristianesimo, che vi sarebbe giunto attraverso le rotte che
portavano all'Africa del nord. L'avanzata della nuova religione
continua anche durante la dominazione dei Vandali e dei
Bizantini e le ripetute incursioni degli Arabi, che nel 1015-16
la depredano ferocemente.
L'estraneità di Bisanzio si rileva nel passaggio delle
istituzioni dagli arconti o ipatos bizantini ai giudici locali,
che si staccano formalmente e giuridicamente dal potere
bizantino della penisola. Ma il giudicato di Cagliari non
sceglie la città come sede del governo, e lo esercita invece in
sedi periferiche (in particolare a S. Igia, nello stagno
omonimo) per ragioni di sicurezza. La decadenza del centro
urbano in questo periodo è grave ed estesa.
A comprendere le possibilità fortificatorie dei colli di
Cagliari è Pisa, che nel 1258 ha la meglio su Genova per il
predominio nella città.
La vittoria pisana trasformò radicalmente Cagliari che ebbe un
assetto amministrativo e giudiziario modellato sul Comune
toscano.
La grande novità urbanistica fu invece rappresentata dalla
realizzazione di una cerchia di mura che isolò Castello dal
resto della città, facendone la sede degli uffici pubblici e la
dimora dei cittadini pisani, e che rappresentò lo strumento di
difesa delle attività mercantili, attivate con grande vigore.
Successivamente, a difesa del porto furono circondati da mura
anche il quartiere Marina e le due "appendici" di Stampace e
Villanova.
Il dominio pisano fu presto minacciato dalla politica temporale
di Bonifacio VIII, che nel 1297 infeudò la Sardegna e la Corsica
in favore di Giacomo II d'Aragona.
Pisa corse ai ripari e le rinforzate mura di Castello furono
dotate delle torri di S. Pancrazio e dell'Elefante, costruite
rispettivamente nel 1305 e nel 1307 dall'architetto sardo
Giovanni Capula.
Le preoccupazioni non erano infondate. Gli Aragonesi infatti si
apprestarono nel 1323 alla conquista, concentrando una flotta
nel golfo di Palmas per muovere di qui all'assedio di Cagliari.
Nel 1324, il trattato stipulato fra Pisa e Aragona mette fine
all'influenza pisana in Sardegna, e segna l'inizio del dominio
iberico. Tre anni dopo, l'approvazione dello statuto del
Coeterum sancisce la scomparsa degli ordinamenti pisani.
La nuova legislazione privilegia catalani, maiorchini e
aragonesi, chiamati a ricoprire tutti gli incarichi pubblici.
Sempre sul modello barcellonese Pietro IV d'Aragona introduce in
Sardegna i parlamenti, che riuniscono i rappresentanti dei tre
bracci o Stamenti, militare (feudatari e nobili), ecclesiastico
(vescovi e alti prelati) e reale (città non infeudate e abitanti
delle ville), con funzione consultiva.
Se all'inizio la costituzione del Coeterum non ebbe
un'applicazione discriminatoria, successivamente, con l'acuirsi
della guerra fra Aragona e Arborea, le limitazioni diventarono
sempre più pesanti, giungendo perfino ad escludere dal Castello
i sardi. Dal 1328 uno squillo di tromba, la trompet de sarts,
imponeva ogni sera l'ordine perentorio e odioso di abbandonare
il quartiere.
È però ragguardevole che in periodo catalano-aragonese Cagliari
si sia dotata di associazioni di mestiere, i gremi.
Nello stesso periodo diedero segno di vitalità la comunità
israelitica, che costruì la sua sinagoga, e Villanova e Stampace,
guidate da propri sindaci e consiglieri.
Col trattato di Utrecht la Sardegna viene concessa all'Austria,
che governa sino al 1717, data in cui il cardinale Alberoni,
ministro di Spagna, manda a Cagliari una flotta d'occupazione.
La riconquista spagnola dura sino al 2 agosto 1718: con il
trattato di Londra la Sardegna è ceduta a Vittorio Amedeo II di
Savoia.
Al termine della dominazione spagnola la situazione della città
appare cristallizzata: le fortificazioni, per quanto rinnovate,
non avevano opposto resistenza al nemico; la fame di alloggi
aggiunge nuovi piani alle antiche case pisane, dato che in
Castello la concentrazione del potere politico, amministrativo e
religioso ha colmato tutti gli spazi.
Con i Piemontesi il fenomeno più caratteristico è
l'interessamento degli architetti militari ad opere civili.
Amedeo Felice De Vincenti getta un ponte tra l'architettura
militare e quella civile.
L'ampliamento del collegio gesuitico di S. Croce nel 1735,
alcuni interventi nel Palazzo Viceregio, il progetto della
basilica di
Bonaria, il
piano per la ristrutturazione delle saline, la sistemazione
della darsena e del molo di levante, sono tutti segni di una
novità importante. una funzione chiusa come quella militare che
concede aperture ai nuovi bisogni della società civile.
Questa disponibilità del tutto inusitata si fa esplicita con un
altro ingegnere in divisa: Saverio Belgrano di Famolasco,
progettista dell'unitario complesso comprendente
l'università,
il seminario e il teatro sul bastione del Balice.
Un altro segno importante è lasciato da Giuseppe Viana, allievo
del De Vincenti che sostituisce al barocco del suo maestro le
linee più severe del classicismo, come nella chiesa di Sant'Anna.
Né i Piemontesi trascurano le fortificazioni. La cinta
bastionata di Cagliari, che ha il suo punto di forza nella linea
ininterrotta dei forti di Castello, raggiunge ora la sua massima
espansione
Nell'arco di tempo che va dal 1720 al 1847 e poi al 1861, con la
proclamazione dell'Unità d'Italia, Cagliari conosce alcune
vicende politiche che per rilevanza non hanno confronto con
quelle del periodo spagnolo.
Gli avvenimenti della Rivoluzione francese hanno qualche eco
sugli intellettuali, ma sul popolo ha grande influenza la
Chiesa, che diffonde uno spirito antifrancese e un'immagine
degli avvenimenti dell'89 come unicamente irreligiosi. Così,
quando si presenta nel golfo di Cagliari una flotta
rivoluzionaria al comando dell'ammiraglio Truguet (è il 28
febbraio 1793) le armate francesi, sbarcate a Quartu, vengono
affrontate nella piana di S.Bartolomeo dai miliziani sardi
comandati da Girolamo Pitzolo, e con grande spargimento di
sangue sgominate e costrette a reimbarcarsi.
Gli Stamenti si fanno forti di questa vittoria popolare e
chiedono al re di approvare una richiesta fondata su cinque
punti. Preminente era l'annosa questione della parità dei sardi
nel coprire gli uffici e le cariche pubbliche, che non trova
però soluzione.
Ispirata dagli Stamenti, scoppia a Cagliari una sollevazione
antipiemontese, ricordata ancora oggi col nome di "Sa Die de sa
Sardigna". A furor di popolo, il 7 maggio 1794, i piemontesi
furono spinti verso il porto. Costretti ad imbarcarsi, vennero
cacciati dall'isola.
Per quanto Torino corra ai ripari con l'invio di un nuovo viceré,
il marchese Vivalda, le conseguenze della sollevazione
antipiemontese sono ancora molto gravi. Girolamo Pitzolo,
acclamato trionfalmente dagli insorti al suo ritorno da Torino,
e nominato intendente generale in un tentativo del re sabaudo di
soddisfare le antiche richieste di cariche pubbliche da parte
dei sardi, cade in disgrazia degli Stamenti. Condotto in
carcere, viene catturato dai manifestanti e quindi ucciso.
In conseguenza delle guerre di Napoleone, tre rappresentanti
degli Stamenti avevano intanto incontrato a Livorno Carlo
Emanuele IV re di Sardegna. Il sovrano ha firmato la resa ai
Francesi 1'8 dicembre 1798, e i tre portavoce lo invitano a
lasciare Torino per trasferirsi a Cagliari, dove il re sabaudo
arriva con la famiglia il 3 marzo 1799.
Ma già nel 1800, ritornato nella terraferma con la speranza di
potersi reinsediare in Piemonte, il re esiliato (Carlo Emanuele
IV) concede i pieni poteri nell'isola a Carlo Felice ed abdica a
favore del fratello Vittorio Emanuele, duca d'Aosta.
Negli anni successivi, e specie nel 1812, infuria in città la
carestia, che induce a creare un ospizio per i poveri.
Il 20 maggio 1814, a seguito del trattato di Fontainebleau, il
monarca sabaudo rientra a Torino, affidando la reggenza alla
moglie Maria Teresa, che un anno dopo la passa a Carlo Felice,
duca del Genevese (diventerà re del Piemonte il 12 marzo del
1821, dopo l'abdicazione del fratello Vittorio Emanuele I).
Nel 1847 il Consiglio generale del Comune di Cagliari chiede al
re Carlo Alberto che i popoli sardi siano "compresi nella lega
italica doganale" e "pareggiati ai sudditi del Continente".
Si svolgono grandi manifestazioni in favore della "unione
perfetta" e il sovrano firma a Genova l'atto di fusione che
sancisce la fine del regime doganale separato, l'estensione alla
Sardegna dei codici civili e penali degli Stati di terraferma,
la soppressione della carica di viceré e della Regia Segreteria
di Stato e Guerra.
Un decreto reale cancellerà poi, il 30 dicembre 1860, Cagliari
dal novero delle "piazze fortificate". Si apre allora una
polemica sul conservare o meno la cinta bastionata.
L'esito condanna le mura di Marina, Stampace e Villanova, ma
conserva invece quelle di Castello, aprendo lo sviluppo
urbanistico di una città che si dota (sarà la prima a farlo in
Italia) di due piani regolatori redatti dall'architetto Gaetano
Cima.
La fine dell'Ottocento e il primo ventennio di questo secolo
sono dominati dalla figura del sindaco Ottone Bacaredda: con lui
la città cambia volto, dotandosi di numerose opere pubbliche.
Gli anni del fascismo non furono a Cagliari diversi da quelli
delle altre città, con l'occupazione delle sedi dei partiti
antifascisti e la caccia agli oppositori più risoluti, come
Emilio Lussu, costretto all'esilio.
Non tutto però durante il fascismo fu negativo, grazie ai meriti
di un podestà illuminato come l'avvocato Enrico Endrich. Così la
città fu risparmiata dal "piccone risanatore" che nel resto
d'Italia sventrava i centri storici.
Nella seconda guerra mondiale, l'importanza strategica del suo
porto e dell'avioscalo di Elmas negli scontri aerei e navali nel
Mediterraneo, inflisse a Cagliari la tragica esperienza dei
bombardamenti dal cielo, con gran numero di morti e vastissime
distruzioni dell'abitato.
Per le sue sofferenze, la città martoriata meritò di essere
insignita, il 19 maggio 1950, della medaglia d'oro al valor
militare.
Ricostruita ed accresciuta, dal 1949 Cagliari è il capoluogo
della Regione Autonoma della Sardegna.
Quando Ferdinando il Cattolico succede a Giovanni II d'Aragona
nel 1479 sotto un unico trono della Castiglia e d'Aragona, la
Sardegna attraversa uno dei suoi periodi più oscuri.
Per tutta la durata della dominazione spagnola, continua è la
lotta con il potere regio per la conquista delle cariche e degli
uffici pubblici da parte dei vari ceti esclusi.
Nel 1702, quando scoppia la guerra di successione spagnola,
anche a Cagliari si formano opposte fazioni a favore dei due
pretendenti. E dal mare arriva la minaccia della flotta inglese.
Nell'agosto del 1708 una squadra anglo-olandese bombarda la
città, che viene occupata da un reggimento inglese senza
incontrare alcuna resistenza
QUARTIERE
CASTELLO
Castello
è la prima meta di una visita a Cagliari. l'antica rocca della
città, il quartiere storico ancora chiuso, in parte, dalle mura
che ne facevano un baluardo. Lungo la cinta bastionata si alzano
le due torri medievali in pietra bianca, e si aprono le porte
che hanno resistito alle demolizioni ottocentesche. La
passeggiata prenderà le mosse dunque dagli ingressi di S.
Pancrazio (o s'Avanzada) o dalla porta dei Leoni, proseguendo
per l'intrico di stradine di segno spagnolo.
Monumenti:
L'itinerario fa tappa innanzitutto nelle chiese: la
Cattedrale,
la cinquecentesca chiesa della Purissima in via Lamarmora e poi,
nella parte bassa del quartiere, quelle di S.Maria del Sacro
Monte di Pietà, di S.Croce, di S.Giuseppe. Alcune di queste,
preziose per arredi e architetture, non sono accessibili per
lavori di restauro ancora in corso. Un tempo centro politico,
religioso e amministrativo della città, Castello è il quartiere
dei palazzi: il vecchio Municipio, il Palazzo Viceregio, I'arcivescovado,
sono riuniti attorno alla cattedrale; più lontani le Seziate, I'Arsenale
ora ristrutturato in
Cittadella dei Musei
e, scendendo,
palazzo Belgrano, sede dell'Università. Tanti i palazzi privati,
segno della presenza di una nobiltà in parte tenacemente
aggrappata ai luoghi della sua storia.
Musei:
Proprio Castello custodisce i più importanti tesori artistici
della città, riuniti in due sedi museali. Nella Cittadella dei
Musei trovano posto quattro collezioni.
Museo archeologico nazionale: conserva un ricco patrimonio di
oggetti e altri reperti, tra cui molti pezzi di alta qualità.
Sono ricostruite in successione le diverse culture antiche
nell'isola mediante ceramiche e piccola statuaria pre-nuragica,
lingotti di rame, bronzetti e ceramiche nuragiche, iscrizioni,
ceramiche e corredi tombali fenici, steli (una delle collezioni
più importanti del mondo) e splendidi gioielli di fattura
punica. Di particolare interesse le provenienze dalle necropoli
di Nora e Tuvixeddu (oggetti di produzione punica, oppure
importati da Grecia, Italia e Spagna), la ricca dotazione di
ceramiche, terrecotte, vetri, statue e sarcofagi romani,
oreficerie dell'alto Medioevo.
Pinacoteca
nazionale:
raccoglie, insieme a una piccola sezione di arte e scultura
contemporanea, tele, stemmi, arredi sacri e pittura. I retabli
costituiscono la parte più interessante della collezione, in
quanto offrono un panorama della migliore pittura sarda, dalla
iniziale penetrazione del gusto catalano-valenzano nell'isola
fino ai prodotti della locale bottega dei Cavaro e della
collegata "scuola di Stampace".
Museo siamese: comprende monete, avori, argenti, porcellane e
armi di provenienza asiatica, datati dall'XI al XIX secolo.
Collezione delle cere: espone 23 modelli anatomici in cera,
opera nel secolo scorso del famoso ceroplasta fiorentino
Clemente Susini. Nel palazzo Belgrano di via
Università hanno sede
invece:
Gabinetto delle Stampe: comprende una serie di riproduzioni
fotomeccaniche ottocentesche e di incisioni di artisti sardi del
Novecento.
Collezione Piloni: insieme a quadri, stampe e incisioni con
vedute di Cagliari e della Sardegna, raccoglie anche arazzi e
tappeti della tradizione isolana.
Botteghe e
curiosità: Le
vie di Castello abbondano di piccole botteghe e di laboratori di
restauro, ospitati in locali ristrutturati o ancora in attesa di
cure.
Ceramica, cartapesta, ferro battuto o pelle danno forma a un
artigianato d'autore che reinterpreta la tradizione più
consolidata, mentre mobili e oggetti del passato ritrovano vita
con interventi professionali. Un piccolo mercato antiquario in
piazza Carlo Alberto, la 2a domenica del mese si affianca al
mercatino domenicale di cianfrusaglie e curiosità sul bastione
di S. Remy.
Bere e mangiare:
Numerosi i club privati sorti negli ultimi anni, dove si mangia
e si beve e si ascolta musica dal vivo.
Cultura:
L'impegno degli artigiani e commercianti per la rinascita del
quartiere sta lentamente portando qualche spettacolo estivo
all'aperto. In via S. Croce troviamo una sede dell'ISOLA
(L'Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigiano) destinata a
esposizioni, mentre in cima a via Lamarmora la galleria Man Ray
organizza mostre temporanee ed incontri con artisti.
Passeggiate:
Castello è il quartiere dei "bassi" umidi e di tante
architetture umili eppure singolari. Per questo merita una
passeggiata senza fretta tra i vicoli in ombra, premiata dalla
luce di tanti panorami improvvisi, affacciandosi dal bastione di
S. Remy o lungo la cinta del Balice e di S. Croce.
QUARTIERE
MARINA
Un contrasto sembra dominare
Marina:
il silenzio delle stradine dietro il porto (intrico di salite e
discese, piazzole e scalinate che si aprono a bellissimi scorci
sulla laguna di S.Gilla e sui monti di Capoterra) si scioglie
nella confusione chiassosa del largo
Carlo Felice
e della via Manno. Proprio dall'antica sa Costa, fulcro
commerciale della città e sorta di asse divisorio tra le strade
che scendono verso il mare e quelle che prendono a salire in
direzione dei bastioni, inizia la visita al quartiere.
Monumenti:
In passato sede di moltissimi edifici religiosi ora distrutti,
Marina conserva ancora nelle chiese una parte considerevole
delle sue attrattive. Nel segreto delle viuzze che vanno verso
il porto sono rimaste S.Antonio abate e S.Rosalia, barocche,
S.Sepolcro e S.Eulalia, di prevalente disegno gotico-catalano,
S.Agostino dall'interno monumentale, una delle rare
testimonianze del Rinascimento nell'isola. In basso, davanti
alle navi ormeggiate, la lunga palazzata liberty della via Roma
è interrotta dalla nuova costruzione del Consiglio regionale,
dalla chiesa di S. Francesco di Paola e dal Palazzo comunale,
innalzato al principio del secolo e fedelmente ricostruito dopo
le distruzioni della guerra. Risalito il largo Carlo Felice, si
arriva in piazza Yenne (che più propriamente appartiene a
Stampace) e alla statua in bronzo del sovrano sabaudo.
Botteghe e
curiosità: Tra
negozi di vecchia o recente apertura, non mancano gli antiquari
con curiosità da collezione, gli artigiani, i restauratori. Un
tono diverso ha il commercio di via Roma e di via Manno, utile
per acquisti più impegnativi.
Bere e mangiare:
Marina prende il visitatore per la gola: pizzicagnoli con rare
prelibatezze in via Sardegna, trattorie a conduzione familiare
con cucina prevalentemente di pesce, localini a prezzi modici o
ristoranti più raffinati (questi ultimi in viale Regina
Margherita e nelle vie Sardegna, Torino e Principe Amedeo).
Nelle stradine l'aroma di caffè di una torrefazione si confonde
col profumo di tabacco della Manifattura e l'invitante odore
delle pescherie.
Cultura:
Nei locali annessi alla chiesa di S.Eulalia, un piccolo teatro
alterna spettacoli in palcoscenico con proiezioni
cinematografiche; in estate funziona un cinema d'essai
all'aperto. Sul retro della chiesa si accede a un piccolo museo
che raccoglie arredi e oggetti sacri tra XV e XIX secolo. Nel
Palazzo Civico, al n. 2 del largo Carlo Felice, ha sede la più
antica associazione culturale della Sardegna, gli Amici del
Libro, fondata nel 1944. Nell'ampia sala si tengono conferenze e
dibattiti.
Passeggiate:
Sono tutte vicino al porto, le brevi passeggiate tra il verde
concesse da Marina. Ai confini con Stampace, di fronte alla
stazione ferroviaria, un giardinetto con due enormi Ficus
magnolioides e grandi palme dà ombra a chi è appena giunto in
città col treno o la corriera. Palme delle Canarie segnano il
largo marciapiede-spartitraffico di via Roma, mentre sull'altro
lato dell'arteria si cammina al fresco sotto i portici, sino a
piazza Amendola. Quella che era la vecchia darsena è ora
occupata da un giardino di recente ristrutturazione, con piante
collocate in tempi vicini e alberi monumentali e antichi, che
portano ancora evidenti sul loro fusto le ferite della guerra.
QUARTIERE
STAMPACE
Visto dal bastione di S.Croce, che lo domina,
Stampace
appare come un mare di case basse e modeste, segnate dal tempo.
La parte alta, la più antica e interessante, è proprio sotto il
belvedere, con le stradine strette che salgono verso il colle.
Separato da via Azuni, Stampace basso scende invece in direzione
del mare.
Monumenti
: A spezzare
l'uniformità dell'abitato si leva la monumentalità di certe
architetture: le chiese di S.Anna, con un'ampia scalinata
d'accesso, e di S.Michele, riccamente barocca nell'architettura
e negli arredi, come pure l'ospedale S.Giovanni di Dio. Alle
ampie proporzioni e al gusto scenografico di questi edifici si
contrappongono le piccole chiese di S.Restituta e di S.Efisio,
che custodiscono storie di persecuzioni e martiri. Nel viale
Buoncammino sorgono, imponenti, le ottocentesche costruzioni
della caserma Carlo Alberto e del carcere giudiziario, e, poco
oltre, la chiesetta dei Ss. Lorenzo e Pancrazio, di impianto
vittorino. Il quartiere conserva anche importantissime
sopravvivenze archeologiche: l'anfiteatro (II secolo d.C.) e
l'aristocratica villa di Tigellio attestano l'estensione
dell'antico insediamento romano nella parte occidentale della
città. Ai confini del quartiere di S.Avendrace, la necropoli di
Tuvixeddu, di origine fenicio-punica, poi usata dai Romani, e la
monumentale Grotta della Vipera, tomba del I sec. d.C.,
confermano questa presenza.
Musei:
In via Porcell, I'lstituto di Scienze antropologiche
dell'Università ospita il Museo di Antropologia ed etnografia,
con costumi e oggetti del folclore sardo.
Botteghe e
curiosità: Pizzi
e centrini di tutti i tipi colmano gli scaffali di un negozio di
piazza Yenne, vecchio di quasi cent'anni, mentre i migliori
dolci sardi compaiono nelle vetrine vicine. Ai piedi delle
scalette S.Chiara c'è un piccolo mercato e, di fronte, una
fornitissima enoteca. In via Azuni meritano attenzione un
laboratorio orafo per gioielli su commissione, negozi di vestiti
rétro, di cornici, di piccolo antiquariato. Ancora antiquariato
(mobili, gioielli e oggettistica) nel corso Vittorio Emanuele.
In via Sassari si trova invece la ditta che vende cappelli da
oltre un secolo, con il mobilio e gli accessori d'epoca.
Bere e mangiare:
Sempre in via Sassari sono aperti il raffinato ristorante che ha
affidato ai vetri di Lalique e Gallé la sua immagine lussuosa, e
il circolo privato che mette in mostra scarpette di tutte le
epoche; in via S. Margherita un buon ristorante cinese.
Trattorie, pizzerie e bar sono sparsi nelle strade del
quartiere.
Cultura:
L'anfiteatro romano è spesso utilizzato d'estate per spettacoli
di lirica e balletto. Il minuscolo teatrino dell'Arco, poco
prima del voltone che immette nella salita dell'Ospedale, ospita
teatro contemporaneo e seminari di recitazione. L'antica
vocazione religiosa del quartiere riemerge nella sagra più
spettacolare di tutta l'isola: la processione del 1 maggio, che
nasce dalla storia leggendaria di flagellazione e morte di
S.Efisio, prende avvio, tra misticismo e folclore, proprio dalla
chiesetta dedicata al martire cristiano, nel cuore di Stampace.
Passeggiate:
Il viale Buoncammino, punto di sutura tra Stampace e Castello, è
una delle più belle passeggiate che Cagliari possa offrire. Dai
suoi belvedere si abbraccia con lo sguardo tutta la città e il
paesaggio che le fa corona. Scendendo verso la parte bassa del
quartiere l'Orto botanico, con le sue rare specie arboree, è più
di una piacevole sosta.
QUARTIERE
VILLANOVA
Villanova
è il quartiere dell'espansione di Cagliari verso la campagna;
nelle case basse del suo nucleo storico, la maggior parte
modeste, qualcuna con misurati estri liberty, non è raro trovare
ancora oggi impensabili giardini o avanzi degli orti di un
tempo.
Monumenti:
La profonda religiosità che permeava in passato Villanova e che
ha fatto nascere i riti della Settimana santa, di ascendenza
spagnola, non è ancora del tutto soffocata e giustifica un
percorso per chiese. Alcune di queste si completano di chiostri
e conventi: è il caso di S.Mauro, col suo secentesco chiostro a
porticato, e di quello, ancora più elaborato, di S.Domenico. La
parrocchia di S.Giacomo, invece, si affianca ai due antichi
oratori delle Anime e del Crocefisso, ricchi di arredi lignei e
marmorei che fanno la ricercatezza del loro interno.
Musei:
La Galleria comunale d'Arte moderna, in fondo ai Giardini
pubblici, accoglie, insieme a mostre temporanee, opere di
artisti sardi del Novecento e una collezione incentrata sulle
Neoavanguardie italiane degli anni Sessanta e Settanta.
Botteghe e
curiosità: A
Villanova i vecchi artigiani hanno la loro roccaforte.
Falegnami-intagliatori, restauratori all'occorrenza anche
pittori aprono le loro botteghe in via S. Giovanni e
nell'intrico dei vicoli del quartiere. Barbieri, pellai e
droghieri dalle rivendite mai rinnovate animano un commercio che
sembra quasi nascondersi.
Bere e mangiare:
Diversi i localini gradevoli: il ristorante con cucina
arabo-mediterranea in via Eleonora d'Arborea; la caffetteria
dagli ottimi crostoni, nella salita di via Iglesias, poco prima
di via Garibaldi. Fuori del nucleo storico del quartiere il
coloratissimo mercato di S. Benedetto conclude l'itinerario dei
curiosi a tavola.
Cultura:
Originali le sedi di attività culturale: il centro di
documentazione sulla condizione femminile, in via Lanusei, il
cinema d'essai di via S.Giacomo, che sopperisce alle carenze
della programmazione filmica delle sale cittadine.
Passeggiate:
Il verde di orti e giardini tra le case di Villanova trova
riscontro negli alberi che ombreggiano le principali
passeggiate: il Terrapieno, magnifico belvedere sulla parte
orientale della città, e i Giardini pubblici.
Cattedrale di
Santa Maria
Innalzata dai Pisani nel sec. XIII, al posto della più antica
chiesa dedicata a S.Cecilia, ha subìto successivamente profonde
trasformazioni stilistiche.
L'interno della cattedrale è a tre navate, con presbiterio
sopraelevato e transetto.
Fra le tante opere d'arte del Duomo: il pulpito, opera di
Guglielmo da Pisa, tele del XV e XVI secolo, sculture lignee del
XIV secolo.
Su richiesta si può visitare anche il Museo capitolare, dove
sono raccolte le più importanti opere del Tesoro del Duomo.
Basilica di N.S.
di Bonaria
Santuario e basilica arroccati sul colle omonimo, con annesso
convento dei Padri Mercedari.
Il santuario, più antico, fu costruito dagli Aragonesi tra il
1324 ed il 1326. La facciata attuale risale al 1895;
all'interno, che rivela eleganti strutture gotico-aragonesi, la
statua della Vergine che una pia credenza vuole approdato nel
1370 sulla riva sottostante, portato dalle onde dopo il
naufragio della nave che lo trasportava.
La costruzione della monumentale basilica fu iniziata nel 1703
su progetto di Felice De Vincenti ed ultimata nel 1956.
Basilica di
S.Croce
Fondata dai Gesuiti nel 1661, forse al posto della sinagoga
abbattuta dopo la cacciata degli Ebrei (1492).
Basilica di S.
Saturnino
Basilica paleocristiana, sorta tra il V ed il VI sec. sul luogo
dove si ritiene fosse stato martirizzato il santo. Recentemete
restaurata, è uno degli edifici di culto più antichi di tutta la
Sardegna, situato in un'area di grande interesse archeologico
per la presenza di una necropoli romana e di una paleocristiana.
Chiesa della
Purissima
La costruzione si deve alla nobildonna cagliaritana Gerolama
Rams, che volle l'opera nel 1554.
Chiesa dei
Cappuccini
Chiesa dell'ordine conventuale, realizzata nel sec. XVI.
Chiesa dell'Annunziata
Risalente al sec. XVII, ma quasi interamente rimodellata
nell'Ottocento con facciata neoclassica.
Chiesa della
Madonna del Carmine
Risalente al Sec. XVI, interamente risanata dopo le devastazioni
della guerra.
Chiesa di Santa
Maria del Sacro Monte della Pietà
Risalente al 1591, di impianto tardo aragonese.
Chiesa di S.
Agostino
Costruita nel 1580, è sottoposta a scavi e restauri che
porteranno al ripristino degli altari in legno dorato e alla
nuova esposizione di alcuni importanti dipinti.
Chiesa di S.
Anna
Realizzata quasi interamente tra il 1785 e il 1817 su progetto
dell'architetto Giuseppe Viana.
Chiesa di S.
Antonio Abate
Eretta nel sec. XVIII in stile barocco e a pianta ottagonale,
con altari marmorei dello scultore toscano Giovanni Battista
Troiani.
Chiesa di S.
Cesello
Secondo la leggenda sarebbe stata costruita nel 1702 sul luogo
del martirio dei Santi Cesello, Camerino e Lussorio.
Chiesa di S.
Domenico
Fondata da fra Nicolò Fortiguerra da Siena nel 1254 e
rimodellata nel sec. XV; il primitivo edificio funge da cripta
alla nuova chiesa, costruita nel 1953.
Chiesa di S.
Efisio
La piccola chiesa, che risale al 1780, corrisponderebbe al luogo
dove venne incarcerato il santo.
Chiesa di S. Eulalia
Risalente al sec. XV; è stato aperto di recente il museo che
raccoglie il tesoro di S. Eulalia.
Chiesa di S. Francesco di Paola
Con impianto ad aula unica risalente al sec. XVII.
Chiesa di S. Giacomo
Già esistente nel '300, ampliata e dotata di un campanile a
torre quadrata fra il 1438 e il 1442, presenta una facciata con
motivi neoclassici, attribuita a Gaetano Cima, del 1838.
Chiesa di S. Giovanni
La costruzione attuale è del XVII sec., a pianta
rettangolare ed unica navata.
Chiesa di S. Lucifero
Eretta dal Municipio di Cagliari tra il 1646 e il 1682, sul
preesistente tempio che occupava il luogo dove sarebbe stato
rinvenuto il corpo del prelato sardo.
Chiesa di S. Mauro
A navata unica sotto il livello stradale, con copertura a
botte e cappelle laterali rimaneggiate nei sec. XVll-XVlll.
Chiesa di S. Michele
Parte di un più ampio complesso architettonico innalzato
dalla Compagnia di Gesù nella metà del sec. XVII, in stile
barocco spagnolo.
Chiesa di S. Restituita
Di impianto cinquecentesco a una navata con sei cappelle
laterali.
Chiesa di S. Rosalia
Con annesso convento, eretta nel 1741 dall'architetto
piemontese Giuseppe Viana.
Chiesa di S.Sepolcro
Ricca di storia, di preziosi arredi sacri e di opere d'arte
.Cittadella dei Musei
Accoglie gli istituti universitari di Antichità, archeologia ed
arte e di Studi sardi, un'ampia sala per convegni (la cosiddetta
Sala verde), il Museo archeologico Nazionale, la Pinacoteca
Nazionale, il Museo Siamese Cardu e la Raccolta di cere
anatomiche di Clemente Susini, appartenenti all'Università.
Varcando il portale di ordine dorico copia perfetta della Porta
del Popolo di Roma, il cui disegno è del Conte D.Carlo Boyl, ed
abbandonandosi al percorso fantasioso a più piani, e
inoltrandosi lungo la galleria che si affaccia sui sottostanti
abissi, si abbraccerà in un cerchio quasi completo il panorama
cagliaritano.
Museo archeologico nazionale
(tel.070 655911) orario: 9.00-19.30 (chiuso il lunedì)
Conserva un ricco patrimonio di oggetti e altri reperti, tra cui
molti pezzi di alta qualità. Sono ricostruite in successione le
diverse culture antiche nell'isola mediante ceramiche e piccola
statuaria pre-nuragica, lingotti di rame, bronzetti e ceramiche
nuragiche, iscrizioni, ceramiche e corredi tombali fenici, steli
(una delle collezioni più importanti del mondo) e splendidi
gioielli di fattura punica. Di particolare interesse le
provenienze dalle necropoli di Nora e Tuvixeddu (oggetti di
produzione punica, oppure importati da Grecia, Italia e Spagna),
la ricca dotazione di ceramiche, terrecotte, vetri, statue e
sarcofagi romani, oreficerie dell'alto Medioevo.
Pinacoteca nazionale
(tel.070 674054) orario: 8.30-19.30 (nel periodo estivo aperta
anche dalle 20.30 alle 23.30
Raccoglie, insieme a una piccola sezione di arte e scultura
contemporanea, tele, stemmi, arredi sacri e pittura. I retabli
costituiscono la parte più interessante della collezione, in
quanto offrono un panorama della migliore pittura sarda, dalla
iniziale penetrazione del gusto catalano-valenzano nell'isola
fino ai prodotti della locale bottega dei Cavaro e della
collegata "scuola di Stampace".
Museo Siamese Cardu
Trova posto anch'esso nel complesso della Cittadella dei Musei.
Comprende 1.300 pezzi tra monete, avori, argenti, porcellane e
armi provenienti dal Siam, dal Laos, dalle Celebes, da Giava,
dalla Malacca, da Singapore, dalla Cina.
Collezione delle cere
(tel.070 664783) orario: 9.00-13.00 / 17.00-21.00 dal lunedì al
venerdì.
Ultima aquisizione, alle strutture museali della Cittadella, è
la Collezione delle cere: espone 23 modelli anatomici in cera,
creati dallo scultore fiorentino Clemente Susini.
I modelli, ottenuti da calchi in gesso per reperti anatomici,
riproducono minuziosamente (con miscele di cera colorata,
resine, sego, pece e balsami) le diverse parti del corpo umano
in sezioneGabinetto delle Stampe
Palazzo Belgrano - via Università 34
Comprende una serie di riproduzioni fotomeccaniche ottocentesche
e di incisioni di artisti sardi del Novecento.
Collezione Piloni
Nell'atrio del Palazzo Belgrano ha sede la Collezione di opere
d'arte e di artigianato sardo donata all' Università nel 1981 da
Luigi Piloni: comprende quadri, stampe, litografie, acquaforti,
carte geografiche, argenti e tappeti prodotti tra il XVI e il XX
secolo, che trovano nel riferimento alla Sardegna il loro comune
denominatore.
Via Università, 34
tel 070.6752449 - 6752424
orari apertura 16.00-19.00 (martedì e giovedì per appuntamento)
Museo d'Antropologia ed Etnografia
(tel.070 659294) orario: 9.00-13.00 In via Porcell, I'lstituto
di Scienze antropologiche dell'Università ospita il Museo di
Antropologia ed etnografia, con costumi e oggetti del folclore
sardo.
Galleria comunale d'Arte moderna
(tel.070 490727) orario: 9.00-13.00 La Galleria comunale d'Arte
moderna, in fondo ai Giardini pubblici, accoglie, insieme a
mostre temporanee, opere di artisti sardi del Novecento e una
collezione incentrata sulle Neoavanguardie italiane degli anni
Sessanta e Settanta.
Museo di Geologia, paleontologia e geografia
Museo di Mineralogia, petrografia e geochimica (tel.070/20061-2006221)
Una gran quantità di reperti costituisce il rilevante patrimonio
dei Musei di Mineralogia, petrografia e geochimica e di
Geologia, paleontologia e geografia.
via Trentino 51
Anfiteatro Romano
E' il più rilevante monumento di età classica esistente in
Sardegna. Risale al Il sec. d.C. e fu costruito per una capienza
di 20.000 spettatori. Conserva la maggior parte delle gradinate
ellittiche, la cavea, le recinzioni e la terrazza da cui i
maggiorenti assistevano ai giochi.
A parte la sua importanza archeologica, l'anfiteatro è anche un
luogo di attività di spettacolo.
Arcivescovado
Sebbene mostri una facciata di fresco rifacimento,
l'Arcivescovado conserva qualche traccia dell'originaria
architettura pisana ad archi acuti. Nell'atrio sono esposti
alcuni reperti archeologici romani.Al tempo della Corte servì
come abitazione del Principe, poi Re Carlo Felice.
Bastione di
S.Remy
Il bastione, ornato di palme, lecci, pini d'Aleppo e due diverse
specie di Washingtonia, fu costruito sui più antichi baluardi
della Zecca e dello Sperone, con facciata in granito e calcare
giallo e bianco.
La terrazza Umberto I e la Passeggiata Coperta furono costruite
nei primi anni del '900 su disegno dell'architetto Giuseppe
Costa.
Dal Bastione di S. Remy si scorgono sia i quartieri storici di
Marina e Villanova, sia gli insediamenti moderni, fino a
intravvedere la pianura del Campidarno, il lucido specchio dello
stagno di Molentargius, i monti del Serpeddì e dei Sette
Fratelli.
La passeggiata coperta ospita oggi come nel passato mostre e
manifestazioni.
Caserma Carlo
Alberto
Costruita nel 1846 su disegno del genovese Carlo Barabino,
maggiore del genio militare, nella spianata chiamata di San
Lorenzo. Qui sino al 1740 si innalzava una cittadella nella
quale si apriva la cosiddetta Porta Reale, progettata
dall'architetto militare torinese Felice De Vincenti.
Castello di
S.Michele
Costruito dai Pisani, a scopo difensivo, nella seconda metà del
XIII sec., è stato nel tempo dimora, lazzareto, fortezza,
ricovero.
Giardini
pubblici
Il primo nucleo del recinto verde risale al 1819, quando il
viceré Giacomo Pes di Villamarina ne dispose la costituzione,
con un esiguo numero di essenze, nell'area allora adiacente allo
stabilimentodella polveriera. Ingrandito ed abbellito con busti
e piante negli anni successivi per l'intervento del colonnello
Carlo Boyl, fu ulteriormente modificato dopo il 1839.
Grotta della
Vipera
Il nome deriva dall'emblema di due serpenti incrociati scolpiti
sul frontone.Questo monumento scavato nella roccia, a forma di
tempio, era dedicato ad una matrona romana chiamata Atilia
Pomptilla, che pregò gli dei perché la facessero morire al posto
del marito Cassio Filippo, esiliato da Nerone in Sardegna.
Municipio
Il vecchio Municipio sorge in piazza Palazzo, disposto
perpendicolarmente rispetto alla cattedrale.
La sua costruzione risale al sec. XVIII, su una probabile
originaria struttura pisana.
Prima del rifacimento, l'edificio fu sede dello Stamento
militare nel sec. XVI, divenedo poi residenza
dell'amministrazione comunale sino al 1906, quando questa si
trasferì nella nuova sede di via Roma.
Necropoli
L'altura di fronte al mare nasconde tombe a pozzo verticale,
profonde 6-7 metri, sopravvissute ai saccheggi e allo
sventramento delle cave di tufo che per secoli hanno alimentato
i cantieri cittadini.In particolare, sono di eccezionale rilievo
due tombe tardopuniche, entrambe dipinte (IV-III sec. d.C.).
Orto Botanico
Fondato nel sec. XVIII, fu originariamente realizzato tra il
1762 e il 1769 ad est della città; nel 1851, per iniziativa del
professore di scienze naturali Giovanni Meloni Baille, fu
trasferito nell'attuale sito, dell'ampiezza di 5 ettari.
Ospedale
S.Giovanni di Dio
L'inizio della costruzione è del 1844 su progetto di Gaetano
Cima, che lo concepì in forme imponenti di stile neoclassico,
tali da farlo considerare all'epoca un edificio d'importanza
europea.
Palazzo Civico
Iniziato nel 1899 (presenti in quell'anno, alla posa della prima
pietra, Umberto e Margherita di Savoia) e terminato nel 1907 il
municipio contrassegna l'amministrazione trentennale del sindaco
Ottone Bacaredda, tuttora presente per le sue benemerenze nella
memoria collettiva dei cagliaritani. La costruzione simboleggia
pure quella corsa al mare , esigenza di sfogo urbanistico oltre
la città murata, da cui fu percorsa alla fine del XIX secolo la
cultura cittadina.
Ideato da Annibale Rigotti, l'attuale municipio è stato
fedelmente ricostruito dopo le parziali distruzioni dell'ultima
guerra.
Palazzo Reale (o
Palazzo Viceregio)
E' la sede attuale della Prefettura ed aula di riunione del
Consiglio provinciale.
Sviluppato in lunghezza nella facciata, secondo il disegno
voluto nel 1769 da Carlo Emanuele III di Savoia, il complesso
presenta una lunga successione di paraste.
All'interno gli elementi più significativi sono costituiti dalla
volta dell'atrio, dallo scalone e dalla sala di rappresentanza.
Palazzo
dell'Università
L'Università, fondata nel 1606 da papa Paolo V, approvata nel
1620 da Filippo III e aperta nel 1626, raggruppa insieme
all'aula magna gli uffici del rettorato e le segreterie di
facoltà.
L'edificio fu realizzato da Saverio Belgrano di Famolasco nel
1769, in stile barocco piemontese.
Torre di
S.Pancrazio
Questa torre pisana si erge sul punto più alto della città dal
1305, progettata da Giovanni Capula.
Torre
dell'Elefante
Opera anch'essa dell'architetto G. Capula fu edificata nel 1307
a compimento dell'opera di fortificazione di Castello.
Deve il suo nome al piccolo elefante di pietra posto su una
mensola ad angolo.
THARROS
Descrizione - La
città di Tharros
sorge nell'estrema
propaggine della penisola del Sinis, che termina a sud con il
promontorio di Capo S.Marco. L'area conserva numerose
testimonianze del periodo nuragico, tra cui due nuraghi e il
villaggio sulla collina di Muru Mannu, ma la fondazione della
città è avvenuta ad opera dei fenici, attorno alla fine dell'VIII
secolo a.C. Dell'epoca fenicia non resta praticamente nulla nei
ruderi del centro urbano, le più antiche testimonianze
provengono infatti dalle due necropoli ad incinerazione
risalenti alla metà circa del VII sec.a.C. e dal più antico
strato di frequentazione del Santuario Tofet. Le due necropoli
sorgevano una nei pressi del promontorio di Capo S.Marco,
l'altra vicino all'attuale spiaggia di S.Giovanni; la loro
distanza, trattandosi di due necropoli in uso
contemporaneamente, ha fatto pensare all'originaria presenza di
due distinti insediamenti che si sarebbero in seguito fusi, come
testimonierebbe anche la forma plurale dello stesso toponimo
Tharros.
Il Santuario detto tofet, dove venivano cremati e deposti in
urne i bambini morti in tenera età, come per tutte le più
importanti città fenicie, fu fondato contemporaneamente alla
città, sulla collina di Muru Mannu, sfruttando le emergenze
murarie delle capanne del villaggio nuragico, a quell'epoca
abbandonato da diversi secoli. I vari strati di deposizione
delle urne, ormai tutte rimosse e attualmente conservate al
Museo Archeologico di Cabras, mostrano che l'area sacra fu
frequentata oltre che nella successiva età punica, fino in età
romana.
Nel periodo punico, che cominciò con la conquista cartaginese
nella seconda metà del VI sec.a.C. e si concluse con quella
romana nel 238 a.C., Tharros raggiunse un notevole sviluppo
urbano e importanza politica testimoniati anche dalla notevole
ricchezza dei corredi rinvenuti nelle tombe a camera risalenti a
quest'epoca, i cui gioielli d'oro alimentarono una riprovevole
caccia al tesoro che distrusse numerose tombe e testimonianze.
Nell'area urbana attualmente visitabile il maggior monumento
visibile risalente a quest'epoca è il Tempio delle Semicolonne
Doriche, parzialmente intagliato nella roccia e decorato da
semicolonne scolpite in rilievo. Sono inoltre visibili alle
pendici della collina di Muru Mannu i resti della cinta muraria
urbana, che costruita alla fine del VI secolo, subì vari
rifacimenti in età romana.
In età romana la città continuò a prosperare, raggiungendo il
massimo splendore nel III sec.d.C. circa, periodo al quale
risalgono i più monumentali edifici pubblici. Tra essi sono da
ricordare i due edifici termali, entrambi situati a ridosso del
mare: le cosiddette terme n.1, nelle quali fu in seguito
impiantato il battistero paleocristiano, di cui ancora oggi si
può vedere il fonte battesimale, e le terme dette di Convento
Vecchio, più monumentali delle precedenti. Tra i templi romani,
oltre quello sorto sul precedente tempio delle semicolonne
doriche, parzialmente riutilizzandone il materiale edilizio,
quello che colpisce il visitatore moderno è senz'altro il tempio
tetrastilo sul mare, del quale due colonne restano ancora in
piedi. Camminando lungo i maggiori assi viari della città
romana, il Cardo Massimo e il Decumano Massimo, molto ben
conservati, è inoltre possibile vedere le antiche botteghe e le
case che popolavano la città nel pieno del suo sviluppo.
Caratteristiche sono le cisterne, di cui erano dotate quasi
tutte le abitazioni e che a Tharros, come in molte altre città
che furono puniche prima che romane, sono del tipo detto a
bagnarola.
La città di Tharros fu abbandonata definitivamente attorno
all'anno mille, dopo vari secoli di declino, perchè troppo
esposta agli attacchi pirateschi.
PARCO
DELLA GIARA
La Giara è un altopiano basaltico a tavoliere di origine
vulcanica, dalla superficie di circa 50 kmq, completamente
circondato da pianure. Risulta "forfificata" naturalmente da
grandi bastioni di roccia che con sentono l'accesso al tavoliere
solo tramite alcune intaccature dette Iscolas, caratterizzata da
numerose sorgenti e dalla presenza dì stagni temporanei,
chiamati paulis, formati dall'acqua che ristagna sul terreno
basaltico, impermiabile, soprattutto nel periodo primaverile. In
estate tutta la zona è invece estremamente arida ma profumata di
erbe e spezie selvatiche, mentre in inverno è quasi
impraticabile a causa dei fango. Grazie alla presenza dell'
acqua,la vegetazione molto ricca è costituita da suqhere,lecci,
mirto, mentre le zone paludose sono ricche di una flora
tipicamente palustre. Il nome Giara è legato a quello dei famosi
"cavallini della Giara", cavalli di piccole dimensioni, dal
mantello scuro, probabilmente introdotti da i Fenici in seguito
incrociati e selezionati, che ancora vivono allo stato brado.
Il Parco dei Sette
Fratelli
L'area del Parco Regionale dei Sette Fratelli, o meglio del
Sarrabus, comprende l'intero angolo sud-orientale dell'isola: si
tratta di un territorio ricco di corsi d'acqua dove si
conservano alcuni fra i più interessanti boschi della Sardegna.
Come si conviene ad una vera zona selvaggia, sono pochissime le
vie comode d'accesso a quest'area. Infatti questa è attraversata
dalla sola SS 125 Orientale Sarda, che collega Muravera a Quartu
S. Elena e permette di accedere alla vallata del Rio Cannas, tra
foreste e gole selvagge, sfiorando la Foresta Demaniale dei
Sette Fratelli a Campu Omu, area geologicamente molto antica. La
zona è scarsamente popolata, a differenza delle coste di Quartu,
Villasimius e Muravera e della pianura campidanese che la limita
a sud-est e ad ovest .Infatti, al suo interno vi è il solo paese
di Burcei e questo aspetto è senz'altro favorevole ai fini della
realizzazione del Parco, così come la presenza, entro i confini
considerati, di numerose aree già attualmente protette.
L'Azienda Foreste Demaniali possiede per la precisione quattro
complessi, nel territorio, per un totale di 8.868 ettari. Il più
vasto è quello dei Sette Fratelli (demanializzato con leggi del
1886 e del 1897) che comprende un'area centrale di circa 2.000
ettari (l'area degli omonimi monti) e quattro zone vicine per
altri 2.345 ettari (aree di Baccu is Angiulus, Rio Brabaisu,
Punta Serpeddì e Riu Longu); ad esso si affiancano il complesso
di Castiadas (ha 2.764), quello di Campidano (ha 1.085) e quello
del Monte Arrubiu (ha 674). Quest'area possiede una residua
copertura arborea che, nonostante sia poca cosa se riferita al
manto vegetale esistente su questo territorio fino al secolo
scorso, ne rappresenta il più alto valore naturalistico.
L'importanza di questi boschi e della fauna che essi ospitano,
fortunatamente, è sempre più avvertita dagli organi preposti
alla salvaguardia ambientale e dalla stessa opinione pubblica,
nel quadro della evoluzione di una coscienza ecologica che
lascia ben sperare circa la futura realizzazione del progetto
Parco. Fra le specie presenti, il cervo sardo, l'aquila reale e
il muflone.
SPIAGGE
SPIAGGIA DI
SIMIUS
Posizione
Tra la Spiaggia di Porto Giunco e le scogliere che precedono
Punta Is Molentis in località Porto Luna
Arrivare
Si percorre la SP 17 e si segue l'indicazione per Villasimius.
Si entra nel centro abitato, si percorre la strada principale
fino a giungere alla fine delle abitazioni, si prosegue sempre
dritto (non c'è da sbagliare) fino alla fine della strada.
Il parcheggio è sulla destra.
Descrizione
Simius è la spiaggia cittadina di Villasimius, proprio davanti
al centro abitato. Si distende per diversi chilometri,
congiungendosi a destra con la spiaggia del Timi Ama e con lo
stagno di Notteri, e a sinistra con il promontorio di Porto
Luna.
Per gli amanti delle lunghe passeggiate al mare e dei comfort a
portata di mano è il posto ideale.
L'abbondante urbanizzazione fino a ridosso dell'arenile non ha
deturpato la bellezza naturale della località: acque
cristalline, sabbia fine e candida.
Alcune delle strutture presenti in spiaggia sono riservate
esclusivamente ai clienti dei residence.
SPIAGGIA DEL
POETTO
Provincia: Cagliari
Subregione: Campidano di Cagliari
Comuni: Cagliari e Quartu Sant'Elena
Località: Poetto
Arrivare: partendo da Cagliari, percorrendo viale Diaz e poi
viale Poetto, si arriva al lunghissimo litorale del Poetto.
La spiaggia, sormontata dal suggestivo promontorio della Sella
del Diavolo, prosegue ininterrottamente sino a Quartu.
Numerosi servizi: parcheggi, stabilimenti, bar.
SPIAGGE DI CALA
REGINA
Posizione: lungo la SP 17, a 14 km da Cagliari
Arrivare
Si percorre la SP 17 e si svolta a destra al km 14,5 al bivio
che indica l'omonima località. Per raggiungere la spiaggia, si
procede lungo la strada che termina in un piazzale asfaltato
dove è possibile parcheggiare.
Descrizione
E' una delle insenature più suggestive del litorale di Quartu
S.E.: è una piccola caletta, dominata in alto a destra dalla
torre omonima che si erge quasi in cima alla collina di Acqua
Mala. La costa è rocciosa, caratterizzata dalla presenza di
scogli e di ciottoli granitici ben arrotondati; il fondale è
basso e pietroso e l'acqua presenta gradazioni e trasparenze
cangianti; lentischi, ginepri, pini e lecci costituiscono una
cornice naturale. E' una delle poche spiagge in cui è possibile
andare nei giorni di maestrale.
SPIAGGIA DI MARI
PINTAU
Posizione
Sulla costa sud, a km da Cagliari, lungo la SP 17.
Arrivare
Si percorre la SP 17 fino al Km. 17. Non c'è un parcheggio
organizzato, per cui occorre lasciare la macchina o lungo la
strada nel tratto sterrato di fianco alla cunetta, oppure nello
slargo che precede la stradina che si inerpica sulla collina che
sovrasta la località. Per raggiungere la spiaggia: lungo la
provinciale ci sono alcuni punti in cui il guardrail presenta
dei passaggi, da cui partono i sentieri che portano al mare.
Descrizione
Percorrendo la SP 17, d'improvviso si apre alla vista
un'insenatura dai colori unici. L'acqua verde smeraldo, la
collina ricca di macchia, l'ampia pineta, i ciottoli granitici
levigati, gli scogli sulla destra e una striscia di sabbia sulla
sinistra: così si presenta Mari Pintau. La sorpresa più grande
si ha entrando in acqua: i ciottoli lasciano il posto alla
sabbia finissima. L'acqua è poco profonda. La presenza
contemporanea di queste due caratteristiche spiega le sfumature
esclusive del mare "pintau", ovverosia dipinto. È in assoluto
una delle spiagge più belle e "naturali" di tutta la costa.
SPIAGGIA DI IS
ARUTAS
Posizione
22,8 km a Nord-Ovest di Cabras
Arrivare
Partendo da Oristano in direzione Cuglieri, dopo l'incrocio
della Madonna del Rimedio, ci si immette nello svincolo per
Tharros. Dopo circa 15 km, giunti al bivio per San Salvatore,
svoltare a destra. Dopo 1,6 km si svolta a sinistra; dopo altri
6 km girare a destra: attraversato un tratto sterrato di circa
200 m arriviamo finalmente alla spiaggia di Is Arutas.
Descrizione
La spiaggia che si estende per varie centinaia di metri è unica
nel suo aspetto, è formata infatti da piccoli granuli di quarzo
tondeggianti, di colore bianco e rosa. Ideale passare una notte
in tenda e, all'alba, godersi questo spettacolo per pochi
intimi. Pacifica e poco affollata anche in pieno agosto.
Le spiagge del Sinis-Montiferru sono uno dei paradisi preferiti
per i surfisti: certe giornate, soprattutto d'inverno, sono
caratterizzate da onde lunghe e alte, vera manna per gli amanti
della tavola.
SPIAGGIA DI TORRE
GRANDE
Posizione
4 km a sud-ovest di Cabras
Arrivare
Partendo da Oristano usciamo in direzione Cuglieri. All'altezza
del santuario della Madonna del Rimedio, svoltiamo a sinistra:
dopo 6 km si arriva alla spiaggia di Torre Grande, posta davanti
all'abitato.
Descrizione
Meta storica dei bagnanti oristanesi, dominata da una
seicentesca torre spagnola, la più grande dell'isola.
La Spiaggia di Torre Chia
Uno dei tanti "gioielli marini" della zona
Il litorale costituito da sabbia finissima è sovrastato da una
torre litoranea spagnola del Cinquecento. L'acqua è
trasparentissima e regala nelle giornate più calde sensazioni
meravigliose. Magnifiche in primavera le fioriture del
Mesembriantemio, che colorano la spiaggia dorata di rosa.
La Litoranea da
Masua a Nebida
Il percorso ricavato su un terrazzo tagliato nel ripido costone,
consente scorci panoramici tra i più belli dell'isola per i
contrasti cromatici e l'andamento frastagliatissimo della costa,
il tutto in un ambiente litologico di grande interesse.
Bellissimo lo scoglio calcareo del Pan di Zucchero, davanti alla
suggestiva spiaggetta di Masua-Porto Flavia.
Torre litoranea
di Torre Grande:
lungo la strada che da Cabras (OR) porta all'abitato di Torre
Grande (OR), sorge una delle torri costiere più grandi in
Sardegna; la struttura, eretta in Sardegna sotto gli spagnoli (XVI
secolo), è tuttora perfettamente conservata.
Dove:
all'estremità meridionale della penisola del Sinis, presso la
località balneare di San Giovanni nel comune di Cabras (OR)
Epoca:
dall' VIII sec.a.C. al 1000 circa.
Civiltà: Fenicio-punica e Romana
Descrizione:
Il nome della città Tharros è attestato da fonti epigrafiche e
classiche. Per il nome fenicio (ancora sconosciuto), si può solo
ricostruire la radice mediterranea *tarr.
La penisola del Sinis era abitata già da epoca più antica, come
dimostrano i resti nuragici nella zona dell' abitato di
S.Giovanni, della collina di Su Muru Mannu e il nuraghe Baboe
Cabitza nella piana di Capo S. Marco.
I resti urbani si dispongono di fronte al golfo di Oristano,
delimitati a nord dalla collina di "Su muru mannu", ad ovest da
quella della torre di San Giovanni, a sud dall'istmo che che
porta al promontorio di Capo S. Marco.
I grammatici antichi hanno spesso posto l'accento sulla
pluralità del nome di Tharros (Pseudo Probo e Marco Plozio
Sacerdote: "Tharros nomen est numeri semper plurali"). Questo
particolare sarebbe da ricollegare alla duplicità delle aree
cimiteriali: due necropoli a incinerazione di epoca fenicia (San
Giovanni di Sinis e Capo San Marco).
I Fenici si stabilirono a Tharros nell'VIII sec. a.C., su
territori già frequentati dai Protosardi. Sono state formulate
varie ipotesi sull'ubicazione dell'abitato arcaico, tra le quali
quella di Barreca che propose come primo insediamento fenicio il
pianoro di Capo San Marco.
Ma si può dire che Tharros ricevette una vera e propria
organizzazione urbanistica con i Cartaginesi, nel VI sec. a.C.
A quest'epoca infatti risalgono il rafforzamento delle mura
settentrionali, l'apertura di camere ipogeiche nelle necropoli
meridionale e settentrionale, il tentativo di fornire al centro
un aspetto di particolare monumentalità, attraverso le stele, i
cippi e gli altari del tofet e l'erezione del famoso tempio
monumentale.
A quanto pare i Romani, che si insediarono nel III sec.a.C., non
rivoluzionarono l'assetto urbano della città, ma rispettarono
l'impostazione precedente integrando i propri edifici nei
preesistenti quartieri pubblici e privati, come accadde per le
terme.
Tharros ricevette il titolo di municipio o colonia solo in epoca
imperiale, ma, resistendo ai saccheggi dei Vandali, conobbe
anche la frequentazione cristiana a partire dal VI sec.d.C.
Una delle ultime notizie su Tharros risale all'epoca giudicale:
l'autore cinquecentesco Giovanni Fara racconta che il Giudice
d'Arborea ordinò lo spostamento degli abitanti e della sede
arcivescovile da Tharros ad Oristano nel 1070.
Questa data concluse quindi una frequentazione del sito che,
iniziata nel Bronzo Medio, passò per le civiltà fenicia, punica
e romana.
L'assetto urbanistico di Tharros ricalca i tratti peculiari
urbani di tutte le città puniche. Ad esempio, un asse stradale
portante che divide due quartieri: quello abitativo occidentale,
ai piedi della collina della torre di S. Giovanni, e quello
orientale, dove sono stati trovati molti edifici pubblici, sul
Golfo di Oristano.
Un'altra costante è l'ubicazione periferica del tofet, vicino
alle fortificazioni, nel caso di Tharros a Nord, nella collina
di Su Muru Mannu.
Tra i numerosi edifici di culto (il tempietto rustico a Capo S.
Marco, il tempio delle gole egizie, il tempio di Demetra e
Core), riveste una particolare importanza il Tempio Monumentale
o delle semicolonne doriche, con la decorazione a semicolonne e
lesene di alcuni lati del basamento.
Il tofet ( santuario a cielo aperto tipico della civiltà
fenicio-punica),che presenta delle somiglianze straordinarie con
quello di Cartagine, fu frequentato dal VII fino al II sec.a.C.
Caratteristica di Tharros è la tendenza alla monumentalità, che
si esprime soprattutto attraverso le stele semplici, quelle
monumentali, i cippi-trono e gli altari a gradino, singolare
produzione tharrense.
La storia degli scavi di Tharros è legata a scavi clandestini e
irregolari fino al 1832, quando il Re di Sardegna Carlo Alberto
ne dispose il divieto.
A causa di scavi inglesi (Lord Vernon-1851), di Gaetano
Cara(1853-56) e francesi (L. Gouin e A. Baux), gran parte del
materiale proveniente da Tharros è oggi conservato al British
Museum, al Museo Borely di Marsiglia e nelle Collezioni Reali di
Torino.
Oggi, oltre alla suggestiva visita dei resti urbani, è possibile
ammirare stele e urne del tofet e altri reperti nel Museo Civico
di Cabras, inaugurato nel 1997.
ORISTANO
La Chiesa di
Santa Giusta
La splendida cattedrale del paese vicino ad
Oristano
La chiesa di epoca romanica (XII secolo) è realizzata in
trachite, in forme pisane e influssi lombardi. Ha facciata con
archi, una trifora e il timpano con rombo centrale. L'interno è
atre navate separate da colonne, alcune di provenienza
dall'antica Tharros.
La
città di Oristano
Il territorio dove
sorge attualmente Oristano è stato, fin dai tempi antichi un
luogo favorevole all’insediamento umano: l’entroterra, fertile
da coltivare e ideale per pascolare, il sottosuolo gravido di
minerali, gli stagni salmastri ricchi e pescosi hanno permesso
ai primi abitatori dell’isola di sviluppare una società
economicamente e culturalmente solida.
Se a tutto questo aggiungiamo le caratteristiche fisiche della
zona: centralità e facilità di comunicazione, e forse più
importante degli altri la presenza del porto naturale di Mare
Morto riusciamo a comprenderne lo sviluppo.
La penisola del Sinis ripara dal maestrale che soffia vigoroso
due giorni su tre: gli antichi popoli del Mediterraneo (fenici
prima, cartaginesi e romani successivamente) capirono bene dove
era possibile attraccare e sfruttare per fini commerciali un
approdo sicuro come quello che offriva Tharros. Testimonianza
del rango di porto primario attribuitogli ne sono le vaste
rovine delle case spalancate sul mare, le lunghe file di
botteghe, i templi, le terme, le strade ben lastricate, le mura
possenti, le necropoli ricche di corredi.
I lavori di scavo portarono alla luce manufatti che fornirono
una chiara idea dell’estensione dei traffici svolti in quell’area
nel corso dei secoli. I contatti con gli altri popoli del
mediterraneo sono testimoniati dalla presenza di oggetti
appartenenti a culture diverse e lontane da Tharros: amuleti,
talismani e figure divine di origine egiziana, stoviglie dalla
Campania, oggetti etruschi.
Il porto di Tharros era un centro di scambio: i Sardi
conferivano in città le loro produzioni (pelli, bestiame vivo,
formaggi, prodotti della pesca), gli artigiani locali
commercializzavano i loro manufatti (amuleti, pietre lavorate,
gioielli d’oro e d’argento) che prendevano il mare con navi
Tharrensi verso destinazioni lontane nel bacino mediterraneo.
La più ricca e importante fra le antiche città marittime sarde
visse per milleottocento anni, ricordiamo brevemente le tappe
fondamentali della sua storia: alla metà del secondo millennio
risalgono i resti di villaggi nuragici, l’VIII secolo a.C. è la
data della fondazione fenicia, il 238 a.C. il passaggio sotto il
dominio romano, il periodo bizantino quando diviene sede
vescovile, infine l’VIII - IX secolo d.C. epoca del grande esodo
dovuto probabilmente alle scorrerie dei pirati saraceni. Dopo un
breve ritorno nel 1052, arriva il definitivo abbandono intorno
al 1070.
La fondazione di Oristano, nella sua attuale disposizione può
essere fissata intorno al 1070 quando il vescovo e il signore di
Tharros si trasferirono nella nuova città, edificata in parte –
secondo la leggenda – con il materiale di costruzione portato
via dal sito precedente.
Un antico detto oristanese dice "da Tharru portan sa pedra a
carru", per ricordare le fila di carri che muovevano, carichi di
materiali, dalla città sul mare verso la nuova sede, detti
materiali furono utilizzati per costruire i grandi palazzi, le
chiese e nel periodo giudicale le imponenti mura e le torri a
difesa del borgo.
Altri storici discordano da questa teoria, secondo questi
esisteva una Aristamnum che diventerà Aristanis nella parlata
locale, doveva sorgere nella struttura della antica Othoca, a
metà strada fra Neapolis (nella zona di Marceddì) e Tharros
appunto. Gli abitanti di questa dovendo abbandonare le proprie
case affluirono in un centro preesistente con una struttura
urbana essenziale già formata.
Varie sono le ipotesi circa il significato del nome Aristanis o
Aristamnum: il problema si complica ulteriormente per le
numerose varianti conosciute. In alcuni documenti antichi si
incontra anche il nome Arborea, anch’esso con diverse varianti.
Questo termine può essere facilmente associato alla parola
"albero", per cui una spiegazione accettabile potrebbe essere
che il nome Arborea indicasse il territorio ricco di alberi,
entro il quale sorgeva Aristanis, i due nomi inizialmente
venivano usati l’uno per l’altro, fino a che il primo rimase a
indicare tutto il Giudicato e l’altro unicamente la città.
L’insediamento dei giudici e dei vescovi fra le povere case e
capanne in mezzo a paludi e acquitrini segna il destino futuro
di Oristano, diventerà la capitale del Giudicato più glorioso
dell’isola, l’unico che contrasterà lo strapotere della corona
Aragonese in Sardegna.
La domanda che a questo punto richiede una risposta esauriente
è: chi erano i giudici e come sorsero i giudicati?
La spiegazione maggiormente attendibile fa riferimento alla
progressiva evoluzione delle strutture governative bizantine in
Sardegna, le vicende che sconvolsero l’Impero d’Oriente e il suo
dominio nel Mediterraneo produssero effetti anche nell’isola, i
poteri civili e militari sardi iniziarono a svincolarsi dal
dominio straniero fino a nominare il Giudice per tutta l’isola.
Le fonti indicano la presenza di Giudicati nei distretti
territoriali preesistenti. La carica di giudice doveva essere
elettiva sebbene il potere rimarrà nelle mani di poche famiglie,
le più ricche e potenti: i de Lacon, i de Zori, i de Serra, i de
Gunale, i de Orvu, i de Kerki, i Sogostas, ecc.
L’elezione dei giudici, seppure sia sconosciuto il metodo usato,
doveva creare gelosie e contrasti per cui dalla seconda metà del
XII secolo la successione avverrà per diritto ereditario. Il
Medioevo sardo scrive le sue pagine più belle nel periodo
Giudicale: i giudici di Arborea di Oristano rappresentano il
centro di maggiore rilevanza politica isolana. Pur avendo
commesso degli errori, non risultarono fatali come per altri
giudici e la loro coerenza politica è un grande pregio.
Restando isolati agli influssi esterni, schivarono la causa
principale della decadenza degli altri Giudicati ossia
l’infiltrazione delle potenti famiglie sponsorizzate da Genova e
Pisa (Doria, Malaspina, Donoratico, Massa, ecc.). Attraverso una
accorta politica contrassero matrimoni e parentele che permisero
loro di trovare un equilibrio stabile. Seppero anche
destreggiarsi nelle contese fra Impero e Papato, lungimiranti
nei loro progetti avevano l’ambizione di diventare gli unici
signori dell’Isola: questa volontà contribuì ulteriormente alla
realizzazione dei progetti.
L’alleanza arborense con Aragona non era destinata a durare a
lungo, entrambi avevano propri inconciliabili progetti per la
Sardegna: mentre i primi vedevano questo accordo vantaggioso per
la riunificazione sotto un unico giudice di tutta l’isola, alla
seconda occorrevano i territori e i porti sardi come una base di
scalo degli intensi traffici nel bacino mediterraneo.
La guerra scoppiò inevitabilmente e si protrasse a lungo (circa
un secolo riportano le cronache), con sorte decisamente
sfavorevole per il Giudicato. Le forze in campo erano impari:
alla civiltà contadina seppure progredita, all’economia
prevalentemente agro-pastorale, al florido mercato agrario si
contrapponeva l’Aragona ricca e potente e in quel momento al
culmine dello splendore.
Fra i giudici che si succedettero al potere ricordiamo Barisone
I, Ugone III, Mariano II de Serra con il quale inizia la
successione ereditaria e gli si deve la costruzione della Torre
di Porta Manna o Porta ‘e Ponti, chiamata anche di San
Cristoforo.
Mariano IV precursore della politica di Eleonora: politico
lungimirante non badava ai mezzi per confermarsi nel potere, per
questo motivo non sempre tenne fede alle promesse e alle
alleanze e fu discontinuo nelle amicizie. Fu sempre sul punto di
realizzare i propri obiettivi che invece puntualmente svanivano.
È importante sottolineare la sua opera di legislatore, da queste
basi partirà Eleonora per promulgare la "Carta de Logu".
Dola caduta di Elepo onora il Giudicato attraversò momenti
altalenanti, Aragona decise di sfruttare la situazione a proprio
vantaggio: dichiarò guerra intorno al 1407 che durò fino alla
famosa battaglia di Sanluri del Giugno 1409. Le truppe di
Arborea vennero sconfitte e Oristano assediata, il giudice
Guglielmo abbandonò la Sardegna cedendo i diritti giudicali agli
aragonesi che nominarono una persona di loro fiducia: Leonardo
Cubello cugino del giudice Guglielmo.
Il periodo di splendore giudicale era ormai tramontato: il
trattato di pace firmato a Oristano nella chiesa di San Martino
il 29 marzo 1410, soppresse la figura del giudice autonomo e
indipendente, sostituito da un marchese nominato dal re.
La perdita dell’autonomia paradossalmente permise un periodo di
relativa tranquillità, l’aumento progressivo della popolazione
testimonia questo fatto.
Nel 1478 tuttavia ci fu un tentativo arborense di rialzare la
testa, la Spagna temendo il ridestarsi degli spiriti
nazionalisti e dei tentativi di rivolta agì di conseguenza, la
battaglia di Macomer del 19 maggio 1478 doveva segnare la fine
dell’autonomia e dell’indipendenza, l’incorporazione fra i
domini diretti della corona Aragonese con il nome di Marchesato
di Oristano.
Le vicende storiche successive consegnano la Sardegna intera e
perciò anche Oristano nelle mani dei piemontesi Savoia, i quali
nel 1720 creeranno il Regno di Sardegna, composto dall’isola
sarda appunto, dal Principato di Piemonte, dal ducato di Savoia
e da altri territori minori. Le lotte risorgimentali per l’unità
d’Italia hanno il culmine nel 1860 con la riunificazione sotto
un’unica corona della quasi totalità del territorio italiano.
Il resto è storia di oggi: la fine dello stato monarchico, la
proclamazione della repubblica, l’istituzione nel 1974 della
Provincia di Oristano.
Del periodo di splendore giudicale oggi rimangono i resti dei
grandi palazzi aristocratici, alcuni tratti delle possenti mura,
le torri a difesa dei punti di ingresso.
L’abitazione che con ogni probabilità doveva ospitare la
residenza della Giudicessa Eleonora versa oggi in stato di
completo abbandono, il palazzo giudicale è stato demolito per
essere sostituito dal Carcere Mandamentale in Piazza Mannu e con
esso altre testimonianze del periodo sono oggi del tutto
scomparse.
La giostra equestre che si pratica in Oristano la Domenica di
quinquagesima e l'ultimo Martedì di Carnevale, è l'ultima Corsa
all'anello che si corre in Sardegna e una delle poche che si
svolgono ancora nella vecchia Europa.
La Sartiglia non è il Carnevale di Oristano, anche se i
cavalieri che vi partecipano sono mascherati e indossano gli
antichi costumi sardi o di foggia spagnola e i cavalli sono
bardati a festa.
Questo il vero oristanese lo sa bene, sa che la Sartiglia è nata
cinque-cento anni or sono come diversivo per placare le
sanguinose faide, che si consumavano in periodo di Carnevale
contro un proprio nemico persona-le, infatti con la complicità
della maschera e della confusione per la festa più pazza
dell'anno i propri aggressori rimanevano nell'anonimato e
ovviamente impuniti, ciò ogni volta creava immensi spargimenti
di sangue, lutti e notevoli disordini in città. Così essendo
testimone di tutto questo dolore e malcontento, il canonico
oristanese Giovanni Dessi decise di istituire un torneo equestre
di stampo cavalleresco, una prova d'abilità sia nel cavalcare
sia nel riuscire ad infilzare con una spada un anello, in
seguito sostituito da una stella, sospeso a una corda
all'altezza di un uomo a cavallo, posta in via Duomo dinanzi
alla cattedrale di Santa Maria Assunta.
Il percorso della Sartiglia inizia da quello che era in epoca
medioevale il Palazzo dei Giudici, le odierne carceri di piazza
Manno per insinuarsi poi in sa ruga de Santa Maria la via Duomo
appunto, superato il piazzale del Duomo, il tragitto si slarga
in una pericolosa curva di fronte alla chiesa di S. Francesco
per poi continuare in via S. Antonio sino all'incrocio con la
via Cagliari, dove in epoca giudicale esisteva una porta
d'accesso lungo la cinta muraria che passava per quella zona,
denominata "porta di Sant'Antonio".
Il canonico Dessi dettò delle precise regole riguardo lo
svolgimento della Corsa, che divennero poi tradizione.
La Sartiglia doveva essere fatta ogni anno, in qualsiasi
condizione economica, sociale e meteorologica.
Affidò il compito dell'organizzazione della giostra, alla
corporazione o Gremio dei Contadini aventi come protettore San
Giovanni Battista.
Egli fece un lascito composto da un terreno posto fuori le mura,
e denominato su cungiau de Sa Sartiglia , dal quale il Gremio
ricavava i fondi per la giostra. In quel periodo, a Oristano, i
Gremi erano molto numerosi, oggi ne sopravvivono solo tre,
quello di San Giovanni appunto, quello dei Falegnami, essi hanno
come patrono San Giuseppe Lavoratore e quello dei Muratori, con
protettrice Santa Lucia, che fa riferimento alla chiesa omonima,
sita in via Alberto La Marmora, in pieno centro storico.
Organizzano la Corsa rispettivamente la Domenica di
quinquagesima e il successivo Martedì di Carnevale, le
antichissime corporazioni dei Contadini e dei Falegnami. Le due
Sartiglie sono però diverse tra loro.

La giostra è posta sotto il comando de Su Componidori, che
grazie all'autorità conferitagli dall'investitura ricevuta da
parte del presidente del Gremio, nel giorno de Sa Candelora,
deciderà a quali cavalieri dare
l'onore della spada per la discesa alla stella.
Ma chi è il misterioso cavaliere che cela la sua identità dietro
la Maschera dalle tumide labbra?
Egli una volta divenuto Componidori dopo il sacrale rito della
vestizione, non è più una creatura umana e quindi un comune
mortale, ma un semidio, è uomo e donna allo stesso tempo, è ilRe
della giostra, ilRe di Oristano, per un giorno, tutto gli è
concesso tutto gli è dovuto. La sua sacralità è in grado di
rendere fertile la terra; fecondarla dipenderà però anche dalla
fortuna che avrà nel cogliere la stella, è infatti propizio per
un buon raccolto infilzare il maggior numero di stelle
possibili. Di solito vi è una certa rivalità tra i due Gremi, ma
l'entusiasmo che la giostra è in grado di trasmettere, mette a
tacere tutte le discordie.
Ecco allora assistere alla sfilata delle pariglie dei cavalieri
con in testa lui; il "demiurgo", Su Componidori, affiancato dai
suoi aiutanti di campo, su Segundu Curnpoi e su Terzu. Terminata
la sfilata i cavalieri si radunanonella sua giornata; ora sta
alla sorte ma anche alla sua bravura riuscire a ricambiare la
fiducia accordatagli dal Capo Corsa. Durante la consegna delle
spade, i due aiutanti proteggono Su Componidori e collaborano
con lui nella ricerca di coloro a cui egli consegnerà la spada:
il Capo Corsa dà l'incarico della chiamata ai suoi vice,ma la
consegna vera e propria e il ritiro della spada spetterà
soltanto a lui.
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